XXX domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Domenica scorsa abbiamo ammirato la “bellezza” di Gesù attraverso il ritratto che, senza volerlo, i discepoli dei farisei e gli erodiani avevano delineato: quello di un uomo libero, non condizionato dalla paura e amante della verità. Anche oggi ci troviamo in un contesto di velata persecuzione, dove i farisei interrogano il Maestro non per trovare la risposta a un interrogativo, ma con lo scopo di metterlo alla prova. Ancora una volta Gesù mostra la regalità di un uomo che evita le inutili polemiche, non difende sé stesso e non accusa ma, al contrario, proprio in questo contesto di malizia e ostilità, offre la risposta a uno dei maggiori quesiti che le scuole teologiche dell’epoca si ponevano: “Qual è il grande comandamento?”. Gesù risponde accostando due brani della Legge, scelti tra le innumerevoli citazioni possibili. Le sue parole rivelano un’eccezionale intelligenza sintetica e, al tempo stesso, la capacità di arrivare con immediatezza al cuore della Scrittura. Se da una parte non ci sorprende la familiarità di Gesù con i precetti della Legge, frutto di una costante frequentazione della Parola di Dio, dall’altra rimaniamo ammirati di fronte alla sua capacità di individuare le analogie e le differenze fra due testi. Noi, a differenza di lui, corriamo spesso il rischio di eliminare le diversità, ponendo tutto sullo stesso livello, oppure di esasperarle, negando i punti in comune. Gesù, invece, risponde al dottore della Legge scegliendo due comandamenti che iniziano nello stesso modo: “Amerai”. Per tale motivo essi possono essere considerati simili e posti al centro di tutto. Essi orientano l’intero agire dell’uomo e ne definiscono l’impegno: il verbo al futuro, infatti, evidenzia come tale amore non sia una realtà acquisita una volta per tutte, ma un cammino da intraprendere con serietà e determinazione. La loro somiglianza offre al credente la possibilità di armonizzare e unificare l’intera vita; in ultima analisi, infatti, si tratta di orientare tutta l’esistenza verso un’unica direzione: l’amore, lasciandosi guidare dalle circostanze e dalle necessità del momento. Rispetto al modo di amare, tuttavia, Gesù mette in risalto una differenza. L’amore verso Dio richiede un’intensità che coinvolge la totalità della persona, come evidenzia il termine “tutto”, ripetuto per ben tre volte. Il prossimo, invece, deve essere amato come sé stessi, il che richiede un impegno diverso, ma non inferiore. Spostare il nostro amore da noi stessi all’altro non è, infatti, cosa facile, abituati come siamo a porre la nostra persona al centro di ogni cosa. Se, dunque, è importante riconoscere il primato di Dio come Colui a cui dobbiamo offrire “tutto” l’amore, è altrettanto importante prendere le distanze dal proprio Io per accordare al prossimo la stessa importanza che attribuiamo a noi stessi. Infine, è fondamentale sottolineare che Gesù parla di “prossimo” e, in questo modo, dilata l’ampiezza del numero di persone su cui riversare il nostro amore. Il nostro cuore, quindi, deve diventare come la sala preparata per le nozze (cf Mt 22,10) o come la rete che accoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47). A Dio solo spetta il giudizio; a noi, l’impegno di guardare ogni uomo come un fratello a cui voler bene.