La solennità di Tutti i Santi

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • Quest’anno lo scorrere delle domeniche ordinarie si interrompe per lasciare spazio alla solennità di tutti i Santi, una festa che celebriamo con gioia nel ricordo di questi fratelli che hanno vissuto il Vangelo in pienezza. Essa, inoltre, ci è cara perché temporalmente vicina a un altro momento importante dell’anno liturgico: la commemorazione di tutti i defunti, occasione per pregare in modo speciale per i nostri cari che ci hanno lasciato. Ricordarli subito dopo la festa dei Santi dà alla nostra preghiera un respiro diverso: anch’essi, infatti, sono chiamati ad appartenere a quella “moltitudine immensa che nessuno poteva contare”. Pure loro sono passati attraverso la “grande tribolazione”, affrontando le fatiche e le sofferenze della vita di cui noi stessi siamo stati sovente testimoni. La solennità dei Santi illumina il ricordo dei nostri defunti e ci permette di pensarli o in un cammino di preparazione, oppure già appartenenti alla schiera di coloro che portano le vesti candide della santità. Queste vesti sono tali perché lavate nel sangue dell’Agnello: un’immagine paradossale – quella di un sangue che sbianca invece di macchiare – ma che, proprio per la sua apparente illogicità, aiuta a superare alcune visioni distorte che potremmo aver coltivato rispetto alla santità. Essa, infatti, ci è stata spesso presentata come una sorta di “alpinismo spirituale”, in cui il divenire santi era il puro frutto di sacrifici, mortificazioni e sofferenze. Qui, invece, viene affermato qualcosa di totalmente diverso: non è lo sforzo umano, ma il potere redentivo della passione e morte di Gesù ad aprire la strada e a rendere possibile la santità. Già nel battesimo abbiamo avuto un anticipo di questa meravigliosa realtà: con esso siamo stati immersi nel mistero della morte e risurrezione di Cristo; ci è stata poi consegnata la veste bianca, candida come quella dei centoquarantaquattromila, segno visibile della nostra trasformazione interiore e della dignità di figli di Dio. La santità, allora – come suggerisce anche la seconda lettura – non è altro che l’impegno, e talvolta anche la lotta, per mantenere tale dignità. Non si tratta, quindi, di scalare una montagna, ma di custodire questo dono preziosissimo, cercando di coltivare dentro di noi i pensieri, i sentimenti e gli atteggiamenti del Figlio. San Giovanni ce ne suggerisce immediatamente alcuni, quando parla della nostra identità di figli di Dio come frutto del “grande amore” donatoci dal Padre. Di fronte a tale affermazione è impossibile non provare una profonda gratitudine, sentimento che dovrebbe caratterizzare ogni figlio di Dio dinanzi alla pienezza di vita da Lui ricevuta. Le parole di Giovanni sono anche un invito alla contemplazione del mistero di tanta immeritata bontà. Nella persona di Gesù, e nel suo Vangelo, rinveniamo tale atteggiamento e molto di più. La santità, quindi, è una questione di somiglianza con Colui che, in ogni istante della sua vita terrena, è stato perfettamente figlio, nel suo costante amore per il Padre e per gli uomini, suoi fratelli. È un lasciarsi modellare dall’azione dello Spirito Santo, che imprime in noi il volto del Figlio. In questo modo potremo attraversare le vicende della vita – ingiustizie, afflizioni, tentazioni e molte altre fatiche – senza sentirci oberati o schiacciati dal peso delle difficoltà, ma nella beatitudine serena di chi sa che, grazie alla venuta di Gesù, in ogni situazione potrà sempre trovare un’offerta di vita.