Volteggi misericordiosi

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Una certa retorica letteraria, oggi in via di superamento, spacciava il Dio dell’Antico Testamento (=AT) per violento, severo, antipatico, di malumore. Alcune notizie su di lui possono anche autorizzare questa lettura, ma non bisogna esagerare. Il paladino di questa opinione su Dio era un certo Marcione (nome poco delizioso) (1), il quale arrivava per gli accennati motivi sino a negare la qualifica di parola divina agli scritti anticotestamentari. Effettivamente quando si legge la seguente strofa del salmo 136 (2) c’è da rimanere impietriti:

Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra.

Mostruoso! Era l’usanza dell’herem, non raramente praticata fra le popolazioni mediorientali antiche e documentata pure nella Bibbia (3). Tale usanza comportava la distruzione, l’annientamento totale del nemico e delle sue cose, ricorrendo anche ai sistemi più orridi e brutali come quello invocato nel salmo in questione. San Benedetto suggerisce un sapiente metodo per superare l’orrore che si prova quando nel corso della preghiera corale ci si imbatte in questa e altre strofe salmodiche (4). La riforma del Breviario Romano – oggi detto Liturgia delle Ore – voluta dal Concilio Vaticano II, ha capitozzato dai salmi le scalmane dei salmisti contro più o meno imprecisati nemici, eliminando addirittura tre salmi interi (5), onde rendere il salterio più fruibile nella preghiera. Va detto che lo sfracellamento dei pupi è documentato anche nella letteratura greca. Pare infatti che nella distruzione di Troia il figlioletto di Ettore, Astianatte, sia stato scaraventato giù dalle mura della città, non si capisce bene se da Ulisse o da Neottolemo, figlio di Achille (6).

Ma sarebbe ingiusto identificare il Dio dell’AT con una specie di Dracula o Pescatore Verde, perché gli scrittori biblici ne riconoscono e celebrano la paterna tenerezza. Rimaniamo ancora nei salmi, che sono il prisma ottico attraverso il quale passa tutto l’AT: nel senso che non c’è evento, tema e usanza di tale epoca storico-religiosa che non siano cantati nei salmi. Tiro in ballo il salmo 85, che ho riletto ieri a Compieta7, nel quale leggiamo lo stupendo versetto 15:

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e fedeltà.

E’ la carta d’identità divina! Il Dio dell’AT non poteva essere meglio pennelleggiato! Notiamo l’accuratezza lessicale: per “misericordioso” il salmo usa un termine ebraico (rahum) intriso di sentimenti materni. Non è la sola volta che l’AT si spericola sino a ravvisare la dimensione della maternità nell’amore divino (cfr Isaia 49,13; Osea 11,1-4). Per “pietoso” si deve intendere la pietà transitiva, ossia provare pietà per qualcuno; non già quella passiva del nostro “fare pietà”, come quando, volendo dire a qualcuno che ha fatto una figura un po’ tapina, gli diciamo: «hai fatto proprio pietà!».

Arguta è l’annotazione “lento all’ira”. Non si nega l’ira di Dio, ma la si smorza dando risalto alla lentezza nel suo eccitarsi. Ma subito il salmista, quasi pentito di avere in qualche modo ammesso che Dio si possa adirare, ne esalta l’amore e la fedeltà di cui è ricco. L’Ebraico per fedeltà ha la parola hemet, che in prima battuta significa verità. E’ un po’ imparentata con il nostro Amen che equivale a un rigoroso “è vero”. Ne discende che, essendo Dio verità, non è ondivago ma fedele e affidabile. La traduzione greca (8) rispetta l’originale ebraico anche nelle sfumature linguistiche, riconoscendo a Dio le tonalità materne del suo amore. Il “ricco di amore” lo rende con una parola (polueleos) cha fa pensare alle risorse inesauribili della misericordia divina.

Ma la traduzione più bella è quella latina (9) che si compiace di fare volteggiare la misericordia attorno al nome di Dio. La cito per esteso e ne fornisco la traduzione letterale:

Et tu, Domine, Deus miserator et misericors, patiens et multae misericordiae et veritatis.

E tu, Signore, Dio “miseratore” e misericordioso, paziente e di inesauribile misericordia e verità.

Il “lento all’ira” è reso con paziente. E’ sostanzialmente la stessa cosa, ma il traduttore latino ha voluto eliminare del tutto il sospetto che Dio sia capace di adirarsi. Il termine miserator mi sembra ignoto al latino classico e mi sa di invenzione degli scrittori cristiani (10), ai quali probabilmente sembra troppo poco riconosce la peraltro innegabile misericordia di Dio, nel nostro salmo già riconosciuto misericordioso (misericors). E allora avrebbero forgiato il pittoresco aggettivo “miseratore” (miserator), nel quale sentiamo una misericordia dinamica, quasi professionale (11), pronta a esercitarsi sul primo, leggerissimo sintomo di pentimento. Sì, perché la misericordia si esercita soltanto sul peccatore, come ci ricorda la liturgia: «Nella sua misericordia per noi peccatori» (12).

Il traduttore latino, vero cantore della divina misericordia, in due righe soltanto la fa volteggiare tre volte. E’ un volteggio letterario della stessa parola attorno all’eccelso nome di Dio, seppure con morfologia lievemente mutata, che mi ricorda il volteggiare del Verbo intorno a Dio all’inizio del Vangelo di Giovanni:

In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio (Gv 1,1).

Il traduttore latino riesce quindi a congegnare una Trinità misericordiosa, che trova la sua sintesi in una vittoriosa dichiarazione, per giunta ribadita per ben due volte a breve distanza l’una dall’altra (4,8.16), della prima lettera di Giovanni: «Dio è amore». E quando si dice “amore”, la misericordia ne è l’ingrediente principale. Il traduttore latino è talmente invaghito della divina misericordia che, per darle risalto è disposto a sacrificare qualcosa della meticolosa precisione linguistica, senza giocherellare sulle sfumature verbali, perché ravvisa nella misericordia stessa l’essenza di Dio.

Misericordia è essenzialmente perdono e il perdono è essenzialmente manifestazione di carità, ossia di amore: amore di quel Dio, cui l’AT attribuiva ingenuamente la possibilità di infuriarsi!

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1 Antichissimo teologo greco (85 circa-160 dC), classificato eretico.
2 Ha suggerito in parte le parole dell’inno verdiano Va pensiero.
3 Vedi libro di Giosuè.
4 Dice in pratica di identificare gli odiati nemici da far fuori con i propri peccati: Regola dei monasteri, prologo. Ingegnosa e pertinente soluzione
5 Si tratta dei salmi 57, 82 e 108.
6 La Piccola Iliade. E’ un poemetto greco (sec VII aC ?), in buona parte perduto, di cui poco si sa.
7 E’ l’appuntamento conclusivo della preghiera liturgica quotidiana.
8 Detta dei Settanta (LXX), effettuata ad Alessandria d’Egitto tra il terzo e secondo secolo aC, per gli ebrei ivi residenti, che non sapevano più l’ebraico.
9 Fatta da san Gerolamo (342-420 dC), nota come Vulgata, lievemente modificata col titolo di Nova Vulgata nel 1979.
10 Sembra Tertulliano, scrittore cartaginese (155215 dC), considerato il padre della teologia latinocristiana.
11 Si pensi ai nostri professore, dottore, muratore …
12 Così Messale Romano 1983, secondo prefazio delle domeniche del tempo ordinario (p 336). Nell’edizione 1973 si leggeva «nella misericordia per i nostri peccati». Agli effetti di quanto stiamo dicendo, la modifica è assai significativa.

 

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