Vangelo di Pasqua Lc 24,13-35

 
 

– a cura di Mons. Alberto Albertazzi –

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La Domenica di Pasqua si merita parecchie letture evangeliche. Abbiamo la sbigottita ricognizione al sepolcro vuoto, roteante a scelta sui quattro vangeli e poi la serale passeggiata (Lc 24,29) dei due verso Emmaus, «distante circa undici chilometri da Gerusalemme», come risolve Cei 2008 i sessanta stadi del testo originale, con gentilezza catastale verso il lettore odierno. Sono quei due personaggi in cammino, un po’ mogi e giù di corda, cui si accompagna Gesù, talmente tirato a lustro nella risurrezione che i nostri non riescono a riconoscerlo. L’evangelista li mette in strada come «due di loro». Di loro chi? Verrebbe da pensare a qualcuno della combriccola allargata: attorno a Gesù non giravano solo i dodici classici, ma su circonferenza più ampia c’era una settantina di altri discepoli (Lc 10,1) di cui resta ignota la carta d’identità. Comunque l’evangelista ci fornisce il nome di almeno uno dei due: Cleopa. Non deve sorprenderci tanta parsimonia di informazioni, perché al narratore interessa più il fatto che i personaggi. E allora veniamo al fatto.

Chi attacca bottone è il Risorto: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?». Si direbbe che Gesù già da un po’ li stesse tallonando alla chetichella, col passo felpato della risurrezione, peraltro già praticato in anticipo nella passeggiata sulle acque (Mt 14,22-32). I due restano stupiti che il misterioso viandante nulla sappia dei recentissimi fatti di Gerusalemme, che hanno originato in loro una mortificata delusione. E allora glieli sunteggiano. Il Risorto, dopo averli gratificati della qualifica di «stolti e lenti di cuore», recuperando la sua consumata didattica, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».

Non è la sola volta che in Luca il fatto della risurrezione si legge connesso con precedenti anticotestamentari. Ricordiamo la risposta conclusiva di Abramo al ricco, sito in località poco refrigeranti, che implorava l’invio di Lazzaro a tirare le orecchie ai suoi fratelli: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (Lc 16,31).

Torniamo a noi. I nostri giungono a destinazione e Gesù simula di dovere andare oltre, ma viene trattenuto: «Resta con noi perché si fa sera», dimostrando in tal modo di avere gradito la sua esegesi anticotestamentaria mirata sulla risurrezione. E si giunge al culmine della narrazione. «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Il procedimento eucaristico è evidente, soprattutto in Luca che denota l’eucaristia col sintagma «frazione del pane» (At 2,42; 20,11, forse anche 27,35 seppure su un altare un po’ scomodo). Ciò fatto Gesù «sparì dalla loro presenza» e i due restano lì a godersi il tepore intimo (dalle nostre parti si direbbe ciciola) di quell’incontro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando c i spiegava le Scritture?».

La presenza di Gesù in carne e ossa risorte, a eucaristia celebrata, diviene persino superflua, perché supplita efficacemente dall’eucaristia stessa, che è garanzia della sua presenza.

Da un punto di vista dottrinale il contributo di questa pagina è notevole, perché garantisce la presenza misterica di Cristo nella sua Chiesa. A questo proposito è il caso di tirare in ballo la Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II (04.12.1963): «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro […] sia soprattutto sotto le specie eucaristiche […]. È presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura». E tutto ciò ha il suo fondamento nella vicenda dei due discepoli di Emmaus, appena sfiorati da Marco (16,12-13) ma diffusamente orchestrati da Luca, come ora abbiamo visto.