ROBERTO BENIGNI E I COMANDAMENTI

 
 

Mi è piaciuto l’entusiasmo spumeggiante con cui Roberto Benigni in un’intervista al Telegiornale ha parlato dei Comandamenti. Il suo modo di parlarne era superiore ai concetti espressi. S’è capito chiaramente che i Comandamenti gli piacciono. Non possono non piacere nella loro limpida e ovvia formulazione poco verbosa e immediata.

I comandamenti sono uno dei non pochi doppioni che troviamo, nella Bibbia. Li leggiamo infatti nel libro dell’Esodo al capitolo 20 e nel libro del Deuteronomio al capitolo 5. La formulazione non è in fotocopia ma le differenze sono minime. I precetti sono andati a finire nel catechismo in forma strizzata, per agevolarne la ritenzione a memoria. Molti di noi infatti li sanno a memoria e li osservano alla meno peggio.

Sono una suprema formulazione di buon senso. Da nessuno si può seriemente dissentire. I primi tre danno a Dio quello che è di Dio, gli altri cinque danno al prossimo ciò che è di sua pertinenza, e gli ultimi due hanno il tono della messa in guardia. Nessuna legislazione umana si permette di dare precetti al cervello. I comandamenti divini invece sì, perché Dio controlla anche il nostro pensare e il nostro volere. Tutto ciò che è umano parte dalla materia grigia, che pertanto va disciplinata. Se riusciamo a tenere sotto controllo le nostre facoltà mentali, tutto il resto è al sicuro e nelle azioni non sgarriamo. I due comandamenti di coda disciplinano il desiderio che, se lasciato a briglia sciolta, ci può indurre a combinarne di grosse. La tentazione infatti agisce innanzitutto sul nostro pensiero, cercando di forzarlo verso l’illecito. Ecco allora i due “non desiderare”. Se troppo si desidera, va a finire che si diventa ladri e\o adulteri. Potevano anche essere formulati al positivo “accontentati”. Chi si accontenta gode e non desidera. Solo a un desiderio non c’è limite: quello che ha per oggetto Dio e gli strumenti per raggiungerlo.

I due “comandamenti mentali” sono messi in coda, forse perché, restando sotto il solo controllo di Dio onnisciente, conoscitore dei cuori (Gv 2,24; At 1,24; 15,8), viene un po’ spontaneo pensarli di serie B. Ma dal modo in cui riusciamo, o non riusciamo, a farli funzionare dipende tutto il resto. Teniamo presente che il patriarca di tutti i peccati, combinato da Adamo ed Eva, è originato dal petulante desiderio di essere simili a Dio (Gen 3,6). In fondo con quella malefatta se ne sono fregati dei primi tre comandamenti, seppure a quell’epoca non ancora promulgati, ma pur sempre incisi nel cuore dell’uomo (cfr Ger 31,33) ancor prima che su tavole di pietra.

I comandamenti sono la più semplice ed elegante di tutte le legislazioni, governata da una logica interna che li rende ancora più luminosi. Li possiamo suddividere in quattro gruppi. Vediamoli:

I gruppo. Rispetto per l’autorità.

Autorità divina:

1° Non avrai altro Dio fuori di me;
2° non nominare il nome di Dio invano;
3° ricordati di santificare le feste.

Autorità umana:

4° onora il padre e la madre.

II gruppo. Rispetto per la vita.

Vita già in essere:

5° non uccidere.

Vita possibile:

6° non commettere atti impuri; uso ragionevole delle sessualità.

III gruppo. Regola i rapporti sociali. Rispetto per le cose altrui:

7° non rubare.

Rispetto per la verità:

8° non dire falsa testimonianza.

Quarto gruppo. Regola le facoltà mentali.

Verso le persone:

9° non desiderare la donna d’altri.

Verso le cose:

10° non desiderare la roba d’altri.

Questi due ultimi, proprio in quanto calmieri del pensiero, starebbero bene in testa a tutti gli altri. Ma sono sempre stati lì e lasciamoli dove sono.

Mi pare dunque che come regola dei rapporto verso Dio, verso il prossimo e verso sé stessi, possano essere alquanto efficaci. Condivido pertanto l’entusiasmo ormai proverbiale di Benigni, anche sui dieci Comandamenti.

don Alberto Albertazzi