Partire col piede giusto

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Per quanto ne possa capire, direi che la beatitudine sia la forma suprema di benessere, con estinzione totale di ogni desiderio e di ogni grana. Ovvio dunque che la beatitudine così intesa non è alla nostra attuale portata, perché non possiamo liberarci completamente da quelle fastidiose compagne di viaggio che chiamiamo grane, finché calpestiamo la crosta terrestre. Della beatitudine dunque non abbiamo per adesso la fruizione ma il desiderio, per ora inappagato. Ciò non ostante la Bibbia, pur narrandoci la vicenda dell’uomo sotto il sole (cfr Qo 1,9) o sulla crosta terrestre che dir si voglia, non si stanca di eccitarci verso la beatitudine, suggerendoci i mezzi per ottenerla quando sarà il momento.

Quando si trascina nella Bibbia il concetto generico di beatitudine, vengono in mente in automatico lo otto beatitudini che Gesù scroscia nel suo primo grande discorso a noi riportato nel Vangelo di Matteo (5,1-12). Tutti hanno compreso che mi riferisco al così detto “discorso della montagna”, così denominato perché a detta di questo evangelista Gesù lo avrebbe tenuto da un’altura letterariamente elevata al rango di montagna (1). E’ la prima volta che Gesù offre insegnamento autonomo. Prima si era messo in fotocopia di Giovanni Battista (cfr Mt 3,2; 4,17), ma di qui in avanti si libra in solitaria ad altezze vertiginose. Non poteva partire meglio che con questa rinfrescante doccia di beatitudini. Le sue sono addirittura più spiazzanti che semplicemente originali, ma va detto che anche i salmi in fatto di beatitudine non scherzano. La prima parola che Gesù in pubblico pronuncia in dottrina personale è “beati”. E il libro dei salmi si spalanca proprio con questo medesimo termine, al singolare però: “beato”. Ma un singolare di categoria, equivalente dunque a un plurale.

Il salmo primo, sul qual ora ci fermiamo, inizia enunciando una beatitudine, forgiata al negativo:

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti …

E’ sempre lo stesso concetto, enunciato e ribadito e “tri-badito”. Si tratta di uno stilema della poetica biblica, noto come parallelismo progressivo: lo stesso concetto ribadito con incrementi o variazioni sul tema2. Praticamente questa prima strofa si accontenta di una beatitudine piuttosto modesta: è beato chi sa selezionare le proprie amicizie. Una beatitudine dunque senza esuberanze, che si contenta del quieto vivere, alla larga da manigoldi di qualunque genere. Se beatitudine è soltanto questo, dobbiamo dire che il salmo smentisce il livello eccelso cui l’ho proiettata all’inizio di questo foglio, parlando di totale appagamento dei desideri e assoluta assenza di grane. Ed effettivamente anche la beatitudine, al pari di molte altre cose, può stazionare a doppio livello che formulo così: 1. Beatitudine inestinguibile di marchio paradisiaco; (2). Beatitudine biografica, non a trecentosessanta gradi, non continuativa, ma in grado comunque di fornire soddisfazione e appagamento. Mi viene in mente – chissà perché? – chi può andare in pensione ancora in buona salute…

Ma il nostro salmo non si ferma qui e si orienta al positivo:

… ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte (3).

La sicurezza e la tranquillità esistenziali, ottenute selezionando le amicizie, da sole non bastano: occorrono pure esche soprannaturali che un uomo dell’Antico Testamento – tale è il nostro salmista – non poteva trovare se non nella legge del Signore, che lo tiene occupato anche durante l’insonnia (giorno e notte).

La poesia non può fare a meno del paragone (4) che ne è vezzo letterario, e neppure il nostro salmo che ne forgia addirittura due, pur nella sua brevità: uno per il galantuomo e un altro per il gaglioffo. Il galantuomo

è come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa riesce bene.

In località aride come la Palestina di allora l’acqua era un’autentica benedizione e l’albero ne era lo svettante prodotto, che omaggiava frutti, ombra e frescura quanto mai benefiche in terre così assolate. In questo slancio di entusiasmo ambientale si può perdonare la generosità letteraria di quel “tutto ciò che fa gli riesce bene”!

Segue immediatamente il paragone dei gaglioffi:

Non così, non così il malvagi,
ma come pula che il vento disperde.

E’ ben diversa dunque la sorte dei malvagi, destinata a polverosa inconsistenza, ancor più divaricata dalle dimensioni dell’albero rispetto al micro-pulviscolo della pula, che può essere spazzata via anche solo da brezza leggera, mentre l’albero resiste nella sua verticale fierezza botanica.

Il salmista, ormai in marcia verso la conclusione, si lascia andare a diagnosi avveniristiche, mo’ di “morale della favola”:

perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell’assemblea dei giusti,
poichè il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

Cosa vuol dire che i malvagi non si alzeranno nel giudizio? A parer mio due cose: non hanno i requisiti per costituire “corte popolare” al giudizio di Dio, che sta in piedi in atto di lettura della sentenza (5). Oppure, meglio ancora, sono destinati a prostrazione irreversibile (6). La “assemblea dei giusti” ha tutta l’aria di un fantomatico teologico! Chi si può dire giusto? E’ a dir poco sconfortante la parsimonia con cui i Vangeli gratificano qualcuno di tale onorificenza (7), presentandocene la carta d’identità. In ogni caso risulta chiaro che Dio non gradisce mescolanze e confusioni: i peccatori sono peccatori e i giusti sono giusti. Resta sempre comunque la possibilità di inversione nel perdurare di questa vita: ossia che il giusto divenga peccatore e viceversa. C’è possibilità di conversione e di ricupero sino all’ultimo istante, diversamente l’evangelista Luca non ci avrebbe documentato il confortevole episodio del buon ladrone (Lc 23,39-43).

Questo che abbiamo ora visitato è il primo dei 150 salmi. Parte in maniera promettente, e con lui l’intero salterio, ma nel contempo ci propina una severa messa in guardia. Il riferimento alla Legge del Signore esercita nella logica del salmo un ruolo centrale. E’ piacevole la vitalità letteraria del salmo, schietto e immediato, costruito sulla trama del vissuto e non concettualmente lambiccato a tavolino. Proprio per questo i salmi non sono solo preghiera pensata, ma anche e soprattutto preghiera vissuta: meglio di ogni altro libro, ci fanno conoscere Dio e l’uomo. Ecco perché il cristiano non può farne a meno.

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1 Luca (6,17) glielo fa tenere in luogo pianeggiante. Le scelte ambientali degli evangelisti meriterebbero un chiarimento, ma ci allontanerebbe dal nostro itinerario.
2 La poesia biblica più che su suono e ritmo (numero delle sillabe, rime, aggregazione dei versi ecc.) preferisce impostarsi sul concetto.
3 E’ sempre il concetto di prima, ma ribaltato dal negativo al positivo. Stilema poetico della Bibbia, noto come parallelismo antitetico: prima si nega poi si afferma, o viceversa.
4 Ai miei tempi liceali, e forse anche oggi, quando si era interrogati su un canto della Divina Commedia occorreva sciorinare al professore i paragoni che vi erano contenuti!
5 Ma questa è la postura odierna dei magistrati in tale circostanza. Non so come si piazzassero allora.
6 Come i taccagni nel Purgatorio di Dante (XIX 70-75).
7 Mt 1,19; 23,35; Lc 1,6; 2,25; 23,50.

 

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