IV domenica di Avvento Lc 1,39-45

 
 

Cantiamo il nostro Magnificat –

a cura di Don Luciano Condina –

Il vangelo di questa domenica – la visita di Maria a Elisabetta – presenta in modo chiaro il dinamismo che scaturisce dalla fede accolta.

Non possiamo comprendere il testo se non lo colleghiamo con ciò che abbiamo commentato recentemente nella solennità dell’Immacolata Concezione: «Quei giorni» (Lc, 1,39) sono quelli appena dopo l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele, che mette Maria in movimento. «Maria si alzò» (Lc 1,39): dopo aver accolto l’annuncio dell’angelo rispondendo il suo «Eccomi» (Lc 1,38), si mette subito in moto. Letteralmente il verbo si tradurrebbe con «sorgere», indicando che l’adesione a Dio suscita di conseguenza un’azione immediata. Non si tratta di una dinamicità amorfa, bensì «andò in fretta». In greco il termine indica «zelo», qualcosa che si fa con cura, attenzione, particolare desiderio. Non è una fretta mossa da ansia, piuttosto è la cura particolare di un atto che vuole fare bene e tutto il suo essere emana qualcosa di importante. Maria accoglie la verità di una promessa fatta da Dio. Chi accoglie una promessa fatta da Dio si alza e parte, con un dinamismo gioioso.

È appena fecondata per opera dello Spirito Santo, dalla fecondità stessa di Dio, che genera in lei il Santissimo e Benedetto Unigenito figlio di Dio, il Messia atteso da tutto il popolo.

Quando una persona non ha zelo e non ha cura delle cose di Dio? Quando il suo atto di fede, il suo «sì», non è pieno, autentico. L’autenticità – attitudine fondamentale per la testimonianza – è totale tra Maria ed Elisabetta. Si percepiscono profonda gioia e allegria in questo testo evangelico, perché l’incontro avviene tra due donne felici: quella che aspetta il bambino tanto desiderato e accolto vive una gioia soprannaturale – al di là di ciò che la nostra, in contrapposizione con la cultura odierna che vede nella gravidanza un problema e nel neonato un nemico.

Invece, che esplosione di gioia quando la vita entra in noi!

Nel saluto tra le due donne cogliamo un tema centrale del testo: è la rottura della estraneità, è l’inizio della relazione, è un cenno attraverso cui tra le due si rompe l’alterità. Il saluto di Maria prende origine dal «Ti saluto, o piena di Grazia» (Lc 1,28), colma di Spirito Santo, fa sussultare il bimbo nel grembo di Elisabetta, e anch’ella, a quel punto, è inondata dallo Spirito. Proprio in questo passo possiamo osservare la dinamica del contagio nel condividere la gioia dell’ingresso di Dio nelle nostre vite. Non c’è fede senza condivisione: abbiamo creduto perché qualcuno ha creduto prima di noi; qualcuno ha creduto e ci ha salutato, ci ha annunciato il vangelo e il nostro bambino ha esultato; perché anche noi abbiamo un bimbo dentro: l’opera di Dio.

La gioia e lo Spirito che l’ha appena colmata fanno esclamare a Elisabetta: «Benedetta tu e il tuo grembo» (Lc,42), una parte dell’Ave Maria. È lo Spirito che fa sorgere la preghiera dal profondo dell’essere: è l’adorazione «in Spirito e Verità» (Gv 4,23) di cui parla Gesù alla samaritana (S. Fotina per la Chiesa orientale).

Maria dall’angelo ha ricevuto delle istruzioni e sente di condividerle con l’unica donna che la possa capire: quando vivi qualcosa di bello hai bisogno di condividere, non puoi tenerlo solo per te, e Maria va dall’unica persona con cui può parlare di ciò che le è accaduto ed essere compresa: anche per Elisabetta, infatti, è avvenuto un miracolo. Maria, in fondo, più che per servire e aiutare la cugina – non dobbiamo dimenticare che i mesi più difficili per una donna in gravidanza sono i primi – andrà da lei per cantare il Magnificat.

Quarta settimana di Avvento, Natale è alle porte: cantiamo anche noi il nostro Magnificat!

 

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