5ª domenica di Quaresima Gv 11,1-45

 
 

Chiamati dal buio a vita nuova –

a cura di Don Luciano Condina –

Meditare la resurrezione di Lazzaro in questo tempo di quarantena – iniziata appena venti giorni fa ma che sembrano già un’eternità – fa sorgere alcune riflessioni che mi permetto di condividere. Penso alle parole di Gesù in Luca 17, che mette in guardia i discepoli di come «ai tempi di Noè si mangiava, si prendeva moglie e si prendeva marito»; significa che si faceva una vita tranquilla, spensierata e terrena, senza minimamente immaginare che, di lì a poco, il mondo sarebbe cambiato per sempre. Proprio com’era per noi fino a 20 giorni fa, quando ancora il virus pareva riguardare esclusivamente l’altra parte del mondo – la Cina – e il focolaio di Codogno sembrava essere appunto un qualcosa di circostanziato, domabile con le giuste contromisure. Invece…

Questa pandemia ha colto tutti di sorpresa per la rapidità con cui ci ha raggiunti stravolgendo la nostra quotidianità, ma è interessante osservare alcuni aspetti rilevanti. All’improvviso proviamo un certo fastidio a curarci di cose frivole e futili, al punto che solo sentirne parlare provoca l’orticaria. Penso ai quintali di tv spazzatura che di questi tempi stanno scomparendo così come le caricature maschili annesse (pare che il Grande Fratello Vip chiuda in anticipo, grazie a Dio), mentre il rosario trasmesso il giorno di S. Giuseppe ha raggiunto il 13% di share. Penso ai tanti malati di calcio che, all’improvviso, si accorgono di quanto poco importante possa essere l’esito del campionato (e finalmente anche il Cio sta meditando di spostare la data delle Olimpiadi di To-kyo). Noto che, tutto d’un colpo, si può  , nuovamente tornare a parlare di “uomo” e di “donna” – in questo caso in merito alle percentuali di decessi – senza tema di turbare qualche esponente dell’ideologia gender (ricordo che, appena due mesi fa, un’ostetrica in Inghilterra è stata allontanata dalla professione perché ha affermato che solo le donne possono partorire). Constato che finalmente i dati dei mercati azionari passano in secondo piano rispetto a quelli di sopravvivenza dell’umanità.

Ma, ancor più importante, è constatare come le situazioni di difficoltà abbiano il potere di svelare la verità su ognuno di noi, perché in quel frangente tiriamo fuori il nostro meglio o il nostro peggio. Quante volte abbiamo letto nei libri di storia o visto nei documentari che, ai tempi del fascismo, il delatore era l’amico vicino di casa che non esitava a denunciare di nascosto chicchessia. Quanti delatori oggi e giustizialisti indignati sono pronti a denunciare chiunque per le mancate osservanze del decreto? I più patetici sono coloro che insultano altri incrociati per strada, come loro. Penso all’anonimo cittadino che ha denunciato in Lombardia il prete ultraottantenne – non pratico di internet – per aver celebrato messa con sette (7) fedeli; oppure ai troppi medici e infermieri di Napoli e Crotone che si sono messi in malattia, con grande sdegno dell’opinione pubblica. A questi traditori del giuramento di Ippocrate – che non condanno perché non sono così certo di essere migliore di loro, fino a prova contraria – fanno da contraltare i 7.220 medici in pensione che hanno risposto al bando per far fronte alla carenza di 300 colleghi (tra loro qualcuno è sacerdote); fanno da contraltare i tantissimi operatori sanitari che hanno svolto virtuosamente e oltre il dovuto il loro lavoro; così come non sono mancati tanti gesti di generosità come le consistenti donazioni spontanee per gli ospedali e la Protezione Civile.

Il tempo della prova mette a nudo chi siamo, fa emergere la verità sul nostro grigiore, mostrandoci se tende al bianco (dunque all’altruismo e al sacrificio di sé per il bene altrui) o al nero (all’egoismo, alla delazione, alla mors tua vita mea). Il tempo della prova è una vera e propria chiamata alla vita, alla vita vera. E se in periodi sereni siamo tutti eroi, è nella prova che manifestiamo chi siamo realmente. Solo quando l’esistenza è in pericolo riusciamo a distinguere ciò che è davvero vitale da ciò che non lo è.

Forse questa è la prima, autentica quaresima per tanti e un cordoglio speciale va a tutti coloro che hanno perso i loro cari, alcuni più di uno. Siamo nel tempo della prova che è tempo di verità e la domanda da farsi ora non è “di chi è la colpa?” – interpretando la pandemia come un castigo divino – ma “cosa posso fare di buono per gli altri?”.
I quattro giorni dentro il sepolcro per Lazzaro sono come la nostra quarantena: un tempo di buio in cui arriva la chiamata alla vita dello Spirito. Abbiamo la possibilità di risorgere creature nuove, non più incatenate alle consuetudini del passato, ma finalmente chiamati da quel Gesù che può dare e prendere la vita come vuole. E allora #andràtuttobene, a patto che si ascolti la chiamata a vita nuova che Gesù, Figlio del Dio vero, fa in ogni tempo difficile; altrimenti #nonandràtuttobene e torneremo a sopravvivere – per chi ci sarà – nel nostro sepolcro fatto di quattro sicurezze e poco amore.

Sta a noi far tesoro di quanto stiamo imparando in questo tempo di diluvio, che ha il compito di spazzare via l’uomo vecchio, per far emergere l’uomo nuovo, unico scopo della Pasqua. Festa che tra due settimane celebreremo in modo anomalo, ma forse più autentico di quelle passate.

 

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