2ª domenica di Avvento

 
 

don Luciano Condina commenta il Vangelo di Lc 3,1-6

Dio ci orienta verso una strada nuova

L’accuratissimo riferimento politico e geografico con cui Luca inizia la sua descrizione ci mostra subito che la fede cristiana è radicata nella storia e ha basi solide. Da questo incipit ricaviamo anche che la Parola di Dio non scende sui potenti della politica e della religione, bensì su un oscuro soggetto, figlio però di un sacerdote, che fa vita eremitica nel deserto: Giovanni Battista, figura che fa da ponte tra l’antico e il Nuovo Testamento. Come sempre Dio, per manifestarsi, usa i canali meno popolari ed eclatanti. Questo significa che per ascoltare la sua voce è necessario volgere lo sguardo altrove rispetto a cui si punta abitualmente.

Se è nel deserto che Dio fa udire la propria voce, è dunque necessario entrarvi. Esso rappresenta aridità, tribolazione, incertezza, fame e sete, oltre che silenzio e ritiro dalle cose del mondo. Il deserto è la condizione necessaria da cui partire per accogliere la Parola che grida proprio lì dentro: è il buio interiore, la zona desolata dell’essere, che ognuno si porta appresso e in cui solo Dio può accedere, in quanto Signore dell’uomo.

Il vangelo si annunzia ai poveri, agli afflitti, agli affamati proprio perché la loro povertà – fisica o morale – è la condizione ottimale per ricevere e apprezzare ciò che Dio ha da donare dando inizio a un nuovo ciclo esistenziale. Egli parla sempre al nostro appetito, al nostro fallimento, «sta alla porta e bussa» (cfr Ap 3,20). Apre quella porta solo chi ha fame, perché chi non ha bisogno risponderà, senza aprire, dicendo: «Non compro niente, grazie». «L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,21).

È importante saper stare nel deserto, perché chi non non ci riesce non sa entrare nella vita; ed essa, sistematicamente, presenterà varie versioni. È nel deserto che capiamo di che pasta siamo fatti.

«Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri» (Lc 3,4): i sentieri di Dio sono diritti, lineari, armoniosi; noi, invece, abbiamo la capacità di distorcerli, piegarli alle necessità dei nostri progetti, delle nostre prospettive su cosa è vita e cosa no. La via semplice di Dio comincia dal disfarsi di una serie di maschere e menzogne che uno racconta a se stesso. Lasciamoci dire da Lui chi siamo e per cosa siamo fatti.

«Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato» (Lc 3,5): il burrone indica il vuoto, il luogo in cui si sprofonda e l’uomo è maestro nel cadere in cose basse, degenerandosi e infilandosi in vicoli ciechi, neri e infelici; i monti e i colli, invece, sono le esaltazioni, l’ergersi a più di ciò che non si è, credendo di uscire dalla banalità ed entrando invece in una ennesima solitudine.

Tocchiamo con mano i fallimenti delle nostre risorse, i nostri progetti di felicità puntualmente ridimensionati dalla realtà non coincidente con le nostre aspettative. Lasciamoci direzionare da Dio su quale sia la strada, la pienezza che conduce alla gioia vera del cuore. Spegniamo dunque le nostre voci, le nostre immagini mentali di felicità e prepariamo una nuova tela bianca su cui Dio possa dipingere. Egli, da vero artista, ci stupirà, come ha sempre fatto. Siamo un sentiero da ristrutturare: deve cambiare la geologia del nostro cuore. Noi ci siamo dati una forma, mentre la Parola di Dio viene per riformularci, rigenerarci, ridisegnarci.

Aprirsi all’Avvento è accogliere la novità della via che Dio vuole intraprendere con ognuno di noi. Lasciamolo fare, abbiamo solo da guadagnarci.