23ª domenica tempo ordinario Lc 14,25-33

 
 

La libertà sta nel seguire Cristo –

a cura di Don Luciano Condina –

Le parole di Gesù nel vangelo di questa settimana appaiono molto dure, anche dopo essere state mitigate dalla nuova traduzione: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (vv. 25-27). La vecchia traduzione letterale parla di «odio» verso i propri cari.

Com’è possibile che Gesù sia così duro nell’indicare i requisiti per essere suo discepolo, senza che venga contraddetto il comandamento: «Onora il padre e la madre»? Egli, in realtà, non sta dicendo che se non ami i tuoi cari non ti accetta, ma afferma che «non si può essere suoi discepoli», ossia che non si può avere la capacità di esserlo. I genitori, la famiglia, e i propri cari sono cosa molto buona, ma il pericolo di restare schiavi tutta la vita delle aspettative familiari è sempre molto forte. La vita vera – quella in grado di colmare il nostro desiderio di pienezza –  non può scaturire da gente povera come noi stessi, i genitori e  tutti i familiari; queste persone, senza dubbio, sono buone e vanno rispettate, amate, curate, ma non sono la sorgente della vita: l’unica sorgente è Dio. Solo questa certezza ci consente di seguire il Signore. E la sequela prevede di lasciare le proprie reti per intraprendere il cammino indicato da Gesù.

Finché non viviamo la delusione che le nostre reti non potranno mai darci ciò che l’abisso del nostro cuore brama, non possiamo possedere gli strumenti per perseverare nella sequela di Cristo. Se una persona non ha iniziato a percepire quanto sia fallace il senso delle aspettative familiari, di tutto quello che è lo stare nella piacevolezza di non aver deluso i propri genitori, non può vivere la verità che rende liberi. Pensiamo a san Francesco e al suo distacco dalle aspettative paterne, che erano radicate in lui molto più di quanto si pensi: voleva diventare cavaliere per riscattare la condizione non nobiliare della sua famiglia; invece sceglie la condizione del povero, esattamente opposta a quella del nobile.

Il brano evangelico di questa domenica non sta parlando di mio padre e mia madre, ma del mio cuore schiavo di mio padre e mia madre, di legami familiari e affettivi, amicali, della nostra attitudine a far dipendere la nostra vita dagli altri,  che possono costringerci a fare cose fuori dalla verità e dalla realtà.

Gesù prosegue ricordando che per la costruzione di una torre è necessario prima calcolare le spese così come si deve valutare quanti uomini siano necessari per affrontare una battaglia contro il nemico; questo significa fare i conti con i propri legami, che impediscono la libertà necessaria per essere discepoli di Cristo. Questo vale per gli affetti e il testo apre la prospettiva – nella sua chiusura – dell’altro grande argomento altrettanto serio: il rapporto con i beni di questo mondo.

«Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo» (Lc 14,33); parafrasando: chi ha qualche cosa che ritiene più importante di me non ce la farà a essere mio discepolo. Ribadiamo: la prospettiva non è che Gesù non ci accoglie come discepoli, bensì non ce la faremo proprio a seguirlo senza libertà affettiva e dai beni di questo mondo. Non è assolutamente possibile varcare la soglia dell’eternità, del regno dei cieli, dell’essere di Cristo, se non si cambiano gli assoluti del cuore, le priorità, le necessità della propria esistenza.

 

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