XXVIII domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • La parabola odierna ha un contenuto insolito, se non fortemente inverosimile: è infatti difficile comprendere il rifiuto a partecipare a una festa di nozze, evento gioioso a cui normalmente si è contenti di presenziare. La mancata accoglienza pare ancora più singolare se pensiamo che a invitare è un re e che si tratta delle nozze del figlio. Infine, la reazione degli invitati risulta davvero incomprensibile: non si limita alla rinuncia, ma si trasforma in violenta opposizione. Come spiegare, dunque, un racconto così insolito e complesso da interpretare? Possiamo partire dai personaggi della storia. Al centro della scena è sempre presente il re: è l’unico a parlare e lo fa impartendo ordini, ai quali i servi obbediscono anche a rischio della vita. L’intenzione del sovrano è preparare un banchetto di nozze per il figlio. Si tratta di un’immagine biblica ben nota per annunciare la venuta del Regno; essa rischia tuttavia di passare inosservata al lettore odierno, che potrebbe lasciarsi impressionare più dagli elementi di violenza presenti nella parabola – come la città data alle fiamme e l’invitato gettato nelle tenebre – che da questo iniziale gesto di generosità e condivisione. Eppure, bisogna partire proprio da questa premessa: dalla bontà di un padre che offre gratuitamente un banchetto e invita, e dalla presenza di un figlio che va a nozze con una sposa assente, simbolo dell’umanità chiamata a unirsi a lui in una comunione di vita. A questo momento di felicità segue però il dramma: il desiderio di condivisione del padre viene rifiutato dagli invitati, i quali adducono, tra l’altro, motivazioni banali. L’indignazione del re mette in risalto lo scandalo del loro comportamento. Esso riflette l’atteggiamento dell’uomo di tutti i tempi, propenso a concentrarsi sui propri piccoli affari piuttosto che ad accogliere la vera felicità offerta da Dio: condividere la vita con il Figlio e trovare in questa relazione la propria gioia. Il fatto che l’indignazione si trasformi in una punizione così crudele – con la città data alle fiamme – va letto come un dettaglio inserito successivamente, dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani. Ciò che conta, invece, è la tenacia del re, il quale non desiste e allarga il suo invito a tutti, “cattivi e buoni”. Questo rimanda a un’altra parabola di cui narra Matteo: quella della rete gettata in mare, capace di raccogliere «ogni genere di pesce» (Mt 13,47). Il racconto descrive così la storia della salvezza: l’alleanza offerta a Israele, che la rifiuta, e la conseguente accoglienza dei pagani nella Chiesa. L’attenzione del lettore, tuttavia, dovrebbe convergere proprio sull’atteggiamento del sovrano, il quale non demorde né si arrende, nonostante i ripetuti rifiuti. Esso esprime l’infinito desiderio di Dio di donarsi all’uomo – a qualsiasi uomo, indipendentemente dall’essere buoni o cattivi – e di costruire con noi una relazione profonda mediante l’unione con il Figlio Gesù. Perché, allora, riservare una pena così crudele all’invitato che non indossava l’abito nuziale? Attraverso un linguaggio simbolico, il racconto intende affermare che a un dono così immensamente prezioso non si può rispondere con superficialità o indifferenza. Esso esige accoglienza, assunzione di responsabilità e, soprattutto, la consapevolezza di ciò che tale offerta è costata, poiché, come scrive san Paolo, noi siamo stati “comprati a caro prezzo” (1Cor 6,20).