XXVII domenica del Tempo Ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Ancora una volta ci viene presentata una parabola con caratteristiche simili a quelle delle domeniche passate. Protagonista del racconto è un padrone – che in seguito si rivelerà anche come padre – il quale pianta una vigna. Rispetto alle narrazioni precedenti qui si descrive in modo dettagliato la cura che egli riserva a questa sua proprietà con parole che richiamano il testo del profeta Isaia, prima lettura di questa domenica. Come sempre il padrone coinvolge anche altri: degli affittuari che hanno il compito di coltivarla e il cui lavoro gli permetterà di andarsene lontano. Arriva però il “il tempo di raccogliere i frutti”. Qui emerge con chiarezza il modo diametralmente opposto con cui il padrone e i contadini considerano la vigna. Se il primo aveva prodigato tutte le sue cure e ora è pronto per il raccolto, i secondi rifiutano ogni legame di dipendenza con il suo proprietario e la considerano ormai un loro possesso. Questo atteggiamento evoca il racconto del peccato originale: è presente lo stesso sguardo utilitarista, desideroso di appropriarsi di un dono che viene immediatamente trasformato in proprietà dal ricevente. Tutti gli atti successivi descrivono con precisione la reazione che sempre avviene quando un servizio viene vissuto come fonte di potere. Erode dovette compiere la strage degli innocenti per proteggersi da quel bambino di cui gli era stata annunciata la nascita. I capi dei sacerdoti degli anziani, a cui Gesù sta parlando, lo metteranno a morte. La paura di perdere dominio e supremazia non può che sfociare in aggressività, sfruttamento, distruttività. La parabola descrive le tappe diverse in cui il padrone manda a ritirare i frutti e riceve come risposta la reazione violenta dei contadini nei confronti dei servi, in cui è adombrata l’immagine dei profeti, e del figlio, personaggio che ovviamente rappresenta Gesù. Il racconto non si conclude, però, con il trionfo della violenza; il Signore pone una domanda ai suoi interlocutori che non potranno esimersi dal trarre una conclusione: i contadini subiranno la stessa punizione che hanno inflitto ai servi, mentre la vigna sarà data ad altri. Il rimando alla storia del popolo di Israele, ma anche alla nostra storia ecclesiale, è evidente: invece di portare frutti per il Regno il popolo ha cercato di trarre vantaggio dal suo rapporto privilegiato con Dio e ha ucciso quelli che volevano riportarlo a Lui: prima i profeti, poi il figlio Gesù. Per tale motivo il Regno verrà affidato ad altri; non è infatti l’appartenenza a un popolo quanto garantisce la condivisione dei frutti, che sono invece offerti a coloro i quali operano per la crescita della vigna. In questo contesto così violento e drammatico incontriamo tuttavia un elemento capace di illuminare di vita e di speranza tutta la parabola: l’irriducibile amore del padre – figura del Padre dei cieli – che non si stanca di mandare i suoi per ricondurre Israele sulla retta via. Questo Padre può apparire addirittura ingenuo quando dice a sé stesso che i vignaioli non uccideranno il suo inviato per il solo fatto che si tratta del figlio. Questa apparente ingenuità ha tuttavia un significato profondo: è il segno dell’amore senza misura di Dio; quell’amore che viene così ben sintetizzato da Giovanni nel suo Vangelo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).