XXV Domenica Mt 20,1-16

 
 

Siamo grati a Dio per ciò che la vita ci offre

a cura di don Luciano Condina

La parabola dei lavoratori a giornata ci pone di fronte a un’apparente ingiustizia sociale e a una rimostranza sindacale ante litteram, fra un padrone e i suoi dipendenti, a causa del medesimo salario elargito a tutti.
È interessante il fatto che il padrone ordini di pagare per primi gli operai assunti per ultimi, affinché gli altri vedano che chi ha lavorato meno riceve la stessa paga.

Agli operai delle prime ore che si lamentano, il padrone risponde: «Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,14-15).» “Essere buono” è la chiave. Ci troviamo di fronte a un padrone diverso dai soliti, per il quale le logiche del dare e avere non sono quelle consuete, perché, appunto, non è solo giusto ma è anche buono.
Quando chiama gli operai dell’ultima ora li interroga: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?» (Mt 20,6). Risposta: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,7). Lavorare a giornata – pratica ancora, purtroppo, molto diffusa – non offre alcuna prospettiva di lunga durata. È una vita drammatica, perché chi è costretto a lavorare a giornata non saprà mai con certezza se il giorno successivo potrà guadagnarsi il pane: è la vita di chi ogni giorno deve trovare una soluzione. In fondo, è la condizione dell’uomo.


Se osserviamo la nostra esistenza, viviamo soltanto un giorno per volta e dobbiamo trovare nel quotidiano ciò che veramente dà senso, sostanza e pienezza in maniera autentica. Tanti vivono il lavoro come un peso, come noia e fatica, ma chi ha vissuto – o sta vivendo – la realtà della disoccupazione sa bene quanto sia drammatico non avere il senso della propria utilità, che porta a sentirsi falliti e inutili. Gli operai che si lamentano devono capire che il premio è essere stati presi a giornata, che il lavoro è un dono e che quel lavoro – ovviamente – riguarda la vigna del Signore, in cui il salario principale, in verità, è proprio il lavorare in sé. È una gioia poter stare nella vigna del Signore, poter vivere la bellezza di essere cristiani. Il salario di un denaro è l’unico taglio di cui il Signore dispone, perché “uno” è simbolo di pienezza, totalità e completezza e il Signore non è intenzionato a offrire solo una parte.


Inoltre, un denaro non è solo il valore del lavoro svolto dall’operaio, ma è anche il valore dell’operaio, perché ciascuno vale quanto l’altro. Nella vigna del Signore abbiamo tutti la stessa dignità, ma con diverse responsabilità; e chi ha più responsabilità non ha più valore degli altri, bensì i suoi errori possono solo creare molto più danno alla collettività. Lo tenga sempre a mente chi aspira perennemente a un gradino più in alto di quello in cui si trova.


I lavoratori della prima ora devono gioire per aver risolto il problema della giornata fin dal mattino, perché non hanno dovuto vivere l’angoscia di coloro che, solo a fine giornata, hanno dato un senso alla loro esistenza.
Questa è la parabola che ci indica il cambio di prospettiva sulla vita: è un dono poter fare il bene, è un dono lavorare, poter fare qualcosa di importante, faticare, stancarsi, potersi spendere per amore degli altri e soprattutto per amore di Dio. Tutto è un dono, perché i doni di Dio sono le cose che ci chiede di fare.


Possa il Signore donarci di essere meno ingrati e più contenti per ciò che la vita ci offre.

 
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