XIII domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Il Vangelo odierno propone la conclusione del Discorso missionario, ossia della raccolta di indicazioni, avvertimenti, consigli che Gesù rivolge ai Dodici e, di riflesso, anche a noi. La prima affermazione, espressa in modo categorico, mette a confronto l’amore per Gesù e quello per i familiari e, in senso più ampio, per le persone care. Qui il Signore chiede di non amare nessuno più di lui, esortandoci a metterlo al primo posto negli affetti, nei desideri, nelle decisioni. Non si tratta, però, solo di una questione di gerarchia nella scala degli affetti. Mettere al primo posto l’amore per Gesù significa, infatti, apprendere un nuovo modo di amare ed essere introdotti in una modalità diversa di voler bene, dove si impara a superare ogni forma di attaccamento immaturo per entrare nella dinamica del dono di sé. A quel punto non sarà più necessario classificare i nostri rapporti in ordine di importanza, perché tutti saranno amati “in Lui”.
L’invito successivo, riguardante il “prendere la propria croce”, amplifica l’affermazione precedente. Si tratta, infatti, di assumere il peso di quella trasformazione interiore a cui il Signore ci invita e che comporta il superamento dell’egoismo non solo nell’ambito delle relazioni interpersonali, ma in ogni aspetto dell’esistenza. Perdere la vita significa proprio questo: lasciar andare e non trattenere quanto ci offre occasioni di godimento individualistico o ci illude di poter avere il controllo su noi stessi e su ciò che ci riguarda. Il gesto di Eva, che prende il frutto e lo mangia (cf Gen 3,6), esprime simbolicamente questa incapacità di “perdere la vita”, a cui si contrappone l’abbandono fiducioso al Padre da parte di Gesù e di tutti coloro che lo hanno seguito nel suo stesso percorso. Questa espressione – che spesso abbiamo guardato con timore ogni volta che abbiamo associato l’idea di salvezza a quella di sofferenza – ci introduce nel vero modo di vivere: mettere al centro il Vangelo, certi che ogni perdita si trasformerà in un di più di vita.
Il Vangelo odierno propone la conclusione del Discorso missionario, ossia della raccolta di indicazioni, avvertimenti, consigli che Gesù rivolge ai Dodici e, di riflesso, anche a noi. La prima affermazione, espressa in modo categorico, mette a confronto l’amore per Gesù e quello per i familiari e, in senso più ampio, per le persone care. Qui il Signore chiede di non amare nessuno più di lui, esortandoci a metterlo al primo posto negli affetti, nei desideri, nelle decisioni. Non si tratta, però, solo di una questione di gerarchia nella scala degli affetti. Mettere al primo posto l’amore per Gesù significa, infatti, apprendere un nuovo modo di amare ed essere introdotti in una modalità diversa di voler bene, dove si impara a superare ogni forma di attaccamento immaturo per entrare nella dinamica del dono di sé. A quel punto non sarà più necessario classificare i nostri rapporti in ordine di importanza, perché tutti saranno amati “in Lui”.
L’invito successivo, riguardante il “prendere la propria croce”, amplifica l’affermazione precedente. Si tratta, infatti, di assumere il peso di quella trasformazione interiore a cui il Signore ci invita e che comporta il superamento dell’egoismo non solo nell’ambito delle relazioni interpersonali, ma in ogni aspetto dell’esistenza. Perdere la vita significa proprio questo: lasciar andare e non trattenere quanto ci offre occasioni di godimento individualistico o ci illude di poter avere il controllo su noi stessi e su ciò che ci riguarda. Il gesto di Eva, che prende il frutto e lo mangia (cf Gen 3,6), esprime simbolicamente questa incapacità di “perdere la vita”, a cui si contrappone l’abbandono fiducioso al Padre da parte di Gesù e di tutti coloro che lo hanno seguito nel suo stesso percorso. Questa espressione – che spesso abbiamo guardato con timore ogni volta che abbiamo associato l’idea di salvezza a quella di sofferenza – ci introduce nel vero modo di vivere: mettere al centro il Vangelo, certi che ogni perdita si trasformerà in un di più di vita.
Il discorso rivolto ai Dodici si avvia alla conclusione: Gesù mette in risalto un aspetto significativo della missione, che riguarda il suo legame con i discepoli. Seguire i suoi insegnamenti e mettere in pratica le sue parole, oltre a rendere convincente ed efficace la missione dei discepoli, opera anche una trasformazione dentro di loro. La familiarità crea, infatti, una somiglianza: si tratta di un fenomeno psicologico di cui possiamo constatare la presenza in molte relazioni. In quella con Gesù, tuttavia, avviene qualcosa di ancora più profondo, poiché la sua sequela disseppellisce in noi il figlio di Dio. Per tale motivo accogliere il discepolo significa accogliere Gesù e, in Lui, anche il Padre: il legame che si crea con le Persone divine, infatti, rende l’apostolo trasparenza del loro messaggio e del loro amore. Questo mistero non resta astratto, ma si rende visibile nei rapporti di ogni giorno. Si traduce in un modo di vivere semplice e concreto, capace di esprimere una cura attenta verso gli altri: è proprio in questi gesti che accogliamo Cristo stesso, presente in coloro che egli manda. Non a caso Gesù promette che anche l’azione più umile e apparentemente insignificante — come offrire un semplice bicchiere d’acqua fresca a un suo discepolo — ha un valore immenso agli occhi di Dio e riceverà la sua piena ricompensa.