XXV domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • Domenica scorsa la risposta di Gesù a Pietro, rispetto a quante volte si debba perdonare il fratello, ci ha lasciati spiazzati. Quella proposta da Gesù è una misura senza misura, che scardina e trascende ogni criterio umano di giustizia. Anche la parabola odierna ci disorienta. Quanto il padrone considera come “giusto” si distanzia completamente dal modo di valutare di noi, operai della prima ora, che faremmo fatica ad accettare la paga pattuita senza risentimento. Anche oggi il testo ci parla dell’amore di Dio e tra i fratelli. Se per un attimo proviamo a mettere da parte la questione giustizia/ingiustizia, ci accorgiamo subito che Dio viene presentato come colui che dona e che è fedele alla sua promessa. Egli non è un padrone esigente pronto a sfruttare i suoi schiavi, ma uno che cerca lavoratori per la sua vigna, impegnandosi a dare loro il dovuto e anche molto di più, in base ai suoi misteriosi disegni che non seguono le nostre regole rigide e limitanti.Coloro che lavorano nella vigna, però, danno per scontato il diritto di essere cercati, chiamati e retribuiti. Il loro è un approccio di pretesa e di rivendicazione: mancano completamente la gioia di essere stati scelti, la gratitudine per la ricompensa ricevuta e il piacere di collaborare alla produttività della vigna. È paradossale, tuttavia, che simili vissuti interiori sarebbero stati probabilmente presenti se non ci fosse stato un confronto tra le retribuzioni; se, per esempio, i primi non avessero saputo a quanto ammontava la paga degli ultimi. Il confronto con l’altro, con quanto riceve o possiede, è ciò che acceca l’uomo e sta alla base – come afferma il padrone – di quel sentimento che è fonte certa di infelicità: l’invidia. Essa rende tristi e scontenti perché annebbia la percezione della realtà, concentrando l’attenzione su ciò di cui ci si sente privati o su quanto non viene dato. L’invidia induce ad assumere un atteggiamento vittimistico e mina alla radice il rapporto filiale e fraterno.Come avviene per il fratello maggiore della parabola del Padre misericordioso, si diventa incapaci di vedere e contemplare la bontà di Dio, percepito come un padrone ingiusto non perché non sia stato fedele alle sue promesse, ma in quanto il suo agire non corrisponde alle nostre aspettative egoistiche. Né nella parabola del figlio prodigo né nel racconto odierno, infatti, i protagonisti sanno godere della generosità paterna nei confronti dell’altro, quasi che il bene donato al fratello li privasse di qualcosa; questo nonostante il figlio maggiore condividesse tutti i beni del Padre (cf Lc 15,31) e i lavoratori della parabola odierna avessero ricevuto quanto pattuito. Il confronto, che sta all’origine dell’invidia, si rivela dunque come la causa della nostra cecità e durezza di cuore, che si manifestano sia contro i fratelli – di cui non vengono riconosciuti i diritti e le necessità – sia verso Dio, a cui si chiede di essere un giudice imparziale e non un Padre ricco di tenerezza e bontà.