«Io sono via, verità e vita» – V domenica di Pasqua

 
 

La sezione del Vangelo di Giovanni (cap. 14, 1–12 ) è tratta dal discorso di addio dell’ultima Cena; è un brano di alta contemplazione per il quale ogni spiegazione rischia di diventare banale. Sottesa ai primi imperativi si percepisce la tenace, immutabile, tenerezza di Dio: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature», recita il salmo 145, 9. «Non abbiate paura, non temete, non spaventatevi, non abbiate timore»: Dio non si stanca mai di ripetercelo! (Dt 19, 33; Is 41, 10; Lc 12, 22; At 18, 9). E qui Gesù vuole rassicurarci, vuole darci tranquillità sul futuro, una tranquillità che nasce dalla fede perché Lui sta per tornare al Padre. Nel Padre infatti ci sono molte dimore, tante quanti sono gli uomini. L’idea del cielo come casa paterna in cui ci sono delle dimore per i popoli è presente nell’ambiente popolare giudaico ed è un’eredità della tradizione sapienziale – apocalittica. È un linguaggio simbolico per esprimere la familiarità con Dio nella sua casa, nella sua dimora, in un’intimità profonda. «Dimora» è infatti il termine classico che l’evangelista Giovanni usa per indicare la comunione con Cristo e con Dio, un’intimità profonda tra Gesù, il Padre e i discepoli, perché il Padre e il Figlio pongono la loro dimora in coloro che amano Gesù già qui in terra. Per la partenza di Gesù nascono allora turbamento e paura. Egli parte per preparare un «posto», che intende alludere alla “dimora ultima”, quella definitiva, con Gesù stesso presso il Padre. E quel posto Cristo lo prepara con la sua morte e risurrezione. Tutta l’attesa della Chiesa si basa su questa promessa: «Verrò di nuovo e vi prenderò con me». Ma i discepoli sono presi dalla paura. Il turbamento è un momento di prova e dunque un’occasione per crescere nella fiducia in Dio, nel coraggio; è un momento delicato. Gesù lo conosce, lo conosce bene! Anche Lui ha provato turbamento davanti alla tomba di Lazzaro, poi di fronte alla sua stessa morte, e ancora davanti a Giuda che lo tradiva. Questi turbamenti sono luoghi in cui Gesù ha posto tutta la sua fiducia nel Padre. Appunto al Padre vuole affidare quelli che rimangono; a loro lascia la sua eredità, il suo testamento: abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. È un duplice comandamento, ma non si tratta di due atti separati: è un unico atto di fede, è la piena adesione alla salvezza operata da Dio Padre mediante il suo Figlio unigenito, quello in cui è terminata l’invisibilità di Dio, perché in Gesù il Padre ha mostrato il suo volto. Dunque, credendo in Cristo, si comprende cosa significhi il suo andarsene: Rimanendo uniti a Lui, i discepoli e tutti noi possiamo continuare la sua azione nella storia. Come? Tommaso il discepolo “critico” che vuole chiarezza insiste: «Mostraci almeno la via così sappiamo dove andare…». Ed ecco la triplice autorivelazione di Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita». La via non è una strada da percorrere, ma una Persona da seguire. La verità non è un concetto astratto, è un Uomo da frequentare. La vita non è semplicemente un fatto biologico, ma è amare come si è amati, amare Colui che ci ama. Per i cristiani, per ciascunodinoi,laViaalPadreè lasciarci guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità per accogliere il dono della sua stessa Vita. Gesù è la Via “in permanenza” per accedere al Padre. Ed è Via in quanto è Verità, cioè rivelazione personale del Padre agli uomini. Gesù non è un maestro che insegna una dottrina da imparare. Egli è la Verità e bisogna rimanere in rapporto con Lui per avere la Verità che, logicamente, non sarà mai un possesso completo e indipendente. Per ciascuno di noi dunque, la Via al Padre è lasciarci guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, e accogliere il dono della sua Vita. La fede ci chiede di seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che si snodano lungo il corso delle nostre giornate, azioni semplici, nascoste, come sono sommessi l’agire di Dio e il suo mistero.