VI domenica di Pasqua

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Nella pericope che precede immediatamente quella odierna il Padre è definito come l’agricoltore, il cui compito consiste nel tagliare i tralci che non portano frutto e potare gli altri, più produttivi. Il suo agire è, dunque, funzionale a rendere la vite feconda di frutti, così come dovrebbe fare ogni buon padre desideroso di trasmettere ai figli la vita in tutte le sue forme, rendendoli a loro volta generativi. Nel testo odierno viene invece mostrata un’altra dimensione: egli è l’origine e, più precisamente, l’origine dell’amore. Il “come” iniziale, di conseguenza, non sottolinea prima di tutto il modo in cui si deve amare, ma pone l’accento sul Padre in quanto sorgente, fonte da cui scaturisce l’amore per il Figlio che, attraverso di lui, si riversa su tutti noi. Per partecipare a tale dono il discepolo è invitato da Gesù a “rimanere”, ad accoglierlo senza porre distanze o ergere barriere. Il modo in cui questo può avvenire è spiegato subito dopo: la comunione intima e profonda, che fa dei due un’unità pur salvaguardando l’identità di ciascuno, non si realizza sperimentando bei sentimenti ma attraverso l’osservanza dei suoi comandamenti. Tutto ciò è molto consolante: il Signore non ordina di non provare fatica, resistenza o perfino ribellione di fronte alla via angusta del Vangelo che, tuttavia, porta alla vita (cf Mt 7,14). Egli chiede, però, di superare, di trascendere i nostri atteggiamenti oppositivi e impegnarci a vivere concretamente il suo amore, facendone il nostro stile di vita. Più esattamente i discepoli che, rimanendo nel suo amore ne sono diventati partecipi, sono invitati ad amarsi gli uni gli altri come Gesù li ha amati. Anche questo “come” non descrive solo il modo ma indica la causa, la sorgente di tale amore che dona al discepolo una forza non proveniente dalle capacità dell’uomo ma da Dio: la forza di vincere ogni forma di egoismo al fine di donare la vita per gli amici. Gesù è il modello insuperabile; rimanendo in lui i discepoli riceveranno dal suo Spirito la forza di amarsi reciprocamente. Il termine amici ricompare subito dopo, questa volta non per descrivere il legame che intercorre tra i credenti, ma per presentare il rapporto che il Signore instaura con loro: essi non saranno più chiamati servi, ma amici. Nella Scrittura il termine servo non ha una connotazione negativa e non si deve confondere con “schiavo”, che designa un uomo asservito al potere di un altro. Servo, al contrario, è quasi un titolo onorifico e si riferisce a colui che ha con Dio, come avvenne per i patriarchi, un rapporto di fedeltà e collaborazione. Gesù, tuttavia, sembra offrirci la possibilità di stringere con lui un legame ancora più significativo: l’amicizia. Che cosa differenzia le due relazioni? Egli lo spiega chiaramente: “Tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Al cristiano è dunque aperto l’accesso all’intimità con Gesù, in cui non si tratta semplicemente di essere esecutori dei suoi progetti ma di instaurare un rapporto di reciprocità e condivisione, di sentire all’unisono con lui, di avere le stesse passioni, persino di riceverne le confidenze, in questo caso quanto egli rivela del suo legame con il Padre. In questa domenica il Signore manifesta, quindi, la sua disponibilità ad aprire l’accesso alla sua vita interiore per condividerla con noi. Diventiamo consapevoli di tale dono prezioso e unico e disponiamo il cuore ad accogliere la sua amicizia.