Omelia in occasione della festa della liberazione

 
 

1. Facciamo bene a celebrare la festa della liberazione; credo che sia importante non dimenticare. La storia, magistra vitae, ha bisogno di scolari attenti e non smemorati, perché  dimenticare la storia, troppo sovente significa ripetere gli stessi errori. E questa festa anniversaria ha una sua intrinseca sapienza: che è quella  di evocare il valore di grandi conquiste.

Quando noi diciamo “festa della liberazione” ci viene spontaneo ricordare un’aurora, nella storia del secolo “breve”, ormai alle nostre spalle: l’aurora della libertà, della democrazia e della pace.

Quel giorno, il mondo è uscito dall’eclisse della libertà, dal cono d’ombra di un’immane catastrofe bellica, per respirare il clima nuovo della pace.

Forse tutti abbiamo nella memoria ciò che disse il papa Benedetto XV nel 1917, durante il primo conflitto mondiale; egli definì la guerra una “inutile strage”; o ciò che disse Pio XII nel drammatico appello dell’agosto 1939: “Nulla è perduto con la pace ; tutto può essere perduto con la guerra”.

Tutti ricordiamo le parole di Giovanni Paolo II: “la guerra è un’avventura senza ritorno”

Sono tutte espressioni rotolate come macigni sulla storia del secolo XX, annunciato da Nietzsche come il secolo dell’uomo.

Pertanto quando noi usiamo l’espressione “festa della liberazione” ricordiamo un evento, una data, una svolta. Ma sta qui forse la debolezza di questa parola: liberazione.

Liberazione come festa o liberazione come impegno feriale nel quotidiano?

Liberazione come evento o liberazione come dimensione antropologica?

Un dato sembra certo: che la liberazione come evento è scarsamente avvertita dalle nuove generazioni, e sulle ceneri dell’oblio della liberazione si è costruito il mito della libertà.

Ma una libertà senza liberazione diventa libertarismo, dispotismo, dittatura; non c’è più spazio per la democrazia, né tanto meno per la pace.

2. La parola di Dio ci aiuta invece a coniugare insieme la libertà con la liberazione, ma soprattutto la liberazione come cammino quotidiano verso la libertà.

Scrive infatti Paolo nella lettera ai Galati: “Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà” (Gal 5,15). La libertà è la vocazione originaria di ogni essere umano; ogni donna e ogni uomo è chiamato ad essere libero, come l’uccello è fatto per volare, come il fiore è fatto per sbocciare. La libertà costituisce la differenza dell’umano.

Ma Paolo ci ricorda pure la libertà come evento: “Cristo ci ha liberati dal virus del nostro egoismo (che Paolo chiama, schiavitù della carne, e che noi traduciamo come istinto di potenza, di dominio, di sopraffazione).

Senza l’evento Cristo è difficile immaginare il respiro di una pienezza di libertà.

Pertanto la libertà non è solo la vocazione di ogni creatura umana; non è solo un evento: è una dimensione antropologica, un cammino nella vita quotidiana: “Siate dunque saldi, scrive Paolo, e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (5,1).

3. Per questo la liberazione è necessaria alla vita della libertà, perché ci sono ricorrenti schiavitù, ricorrenti dittature che spengono la libertà di sé e quella degli altri. La schiavitù dell’io, genera relazioni antisociali, provoca fenomeni di prepotenza, di bullismo, di violenza e di emarginazione; mitizza l’individualismo esasperato alla Stirner, il filosofo dell’io come unico, chiuso in se stesso , negatore di Dio e degli altri, mortifica la persona,  che invece è relazione oblativa e vede nell’altro il senso più vero della propria soggettività.

La liberazione è necessaria alla vita della libertà , perché l’egoismo è sempre in agguato dentro di noi e facilmente tracima: nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nella società.

4. La liberazione è necessaria alla vita della democrazia: perché richiede impegno quotidiano di partecipazione, di fuori uscita dal piccolo mondo del proprio orizzonte, per farci carico degli altri, del bene comune e dei più deboli.

La crisi della partecipazione è crisi di democrazia, che ingenera disaffezione alla vita sociale; allontana la politica dalla gente, scava fossati tra ricchi e poveri e apre la stura a nuove povertà.

Per questo la libertà ha bisogno di essere educata alla responsabilità, che non guarda al proprio tornaconto; non guarda al potere come dominio e affermazione di sé; ma al potere come servizio.

Gesù è di una chiarezza solare parlando alla gente e ai suoi discepoli. C’è uno stile mondano e c’è uno stile evangelico del potere: “Voi sapete, dice Gesù, che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni, le dominano…, tra voi però non così; chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10,42-45)

5 . In questi anni recenti si è più volte parlato di “emergenza educativa”, di “crisi educativa” a livello planetario; crisi purtroppo oscurata o emarginata dall’onda mediatica della crisi economica. Benedetto XVI ha parlato di “sfida educativa” che chiama in causa tutti.

Nella lettera pastorale dedicata al grave problema educativo ho sottolineato: “Tocca in particolare alla scuola educare alla legalità , al rispetto delle regole, ad una socializzazione accogliente e solidale, ad una cittadinanza attiva.

La maturità personale non è un atto formale da scrivere sui registri per sdoganare un diploma sognato da anni come passe-par-tout per entrare nel mondo del lavoro. La maturità è coscienza dei diritti e doveri, metabolizzata nella vita e nelle relazioni quotidiane che fa di una persona un cittadino responsabile.

L’educazione alla cittadinanza è la forma più alta del fare politica: motivando su basi antropologiche e sociali che l’amore per la città degli uomini vuol dire avere il senso del servizio e del bene comune; ben diverso dal fascino ambiguo del potere, contestato sui banchi di scuola, ma avidamente cercato appena possibile, ed esercitato in modo machiavellico nelle stanze dei bottoni. E’ utopia riappassionare i giovani alla politica come forma più alta di carità sociale?” ( Imparate da me, dice Gesù – Lettera pastorale 2007- 2008)

Il percorso della pace e della democrazia, dunque  è chiaro: esso parte dalla liberazione come impegno di vita per realizzare una libertà responsabile; per realizzare una libertà al servizio del bene comune; per realizzare una libertà al servizio della pace.

+ P. Enrico Masseroni arc

 

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