Con Maria nella memoria di Eusebio

 
 

Casale – Santuario di Crea- 15 agosto 2013

  1. Perché un anno della fede

Stiamo vivendo l’anno della fede, che non manca di offrire spunti di riflessione e di revisione per la nostra testimonianza cristiana, talora un po’ demotivata e stanca.
Il papa Benedetto XVI ha indetto per la Chiesa universale l’anno della fede, indicandone l’obiettivo: “L’anno della fede mira ad un’autentica e generosa conversione a Cristo, unico Salvatore del mondo”.

Questo anno, pertanto, si innesta sul cammino della Chiesa italiana, già chiamata dalla CEI a rinnovare, in questo primo decennio del nuovo millennio, la propria coscienza educativa, assumendo la sfida di passare il testimone alle nuove generazioni, coinvolgendo tutti i soggetti in gioco: la famiglia, la scuola, la comunità cristiana. Forse ha fatto pensare papa Francesco quando ha denunciato “la globalizzazione dell’indifferenza di fronte ai valori”.

La Chiesa particolare casalese ha celebrato con vivo interesse l’anno eusebiano, nella memoria del proto-vescovo, che ha portato il lumen fidei su questo territorio. Un intreccio di storia e di grazia dunque: ma forse giova fare luce sugli eventi di questa Chiesa per accogliere il dono di grazia per la nostra fede.

Anzitutto mi pongo una domanda non poco importante: “Perché un anno della fede?
Per i credenti, già ogni anno è illuminato dalla fede. Quando diciamo di vivere nell’anno 2013 e vogliamo datare la nostra vita, implicitamente riconosciamo che il mondo gravita attorno al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, nato 2000 anni fa. La storia è cristocentrica.

Ma se ogni anno è già scandito dalla fede, quest’anno, viene riproposto dal Papa per rimotivare le ragioni fondamentali del nostro credere, per crescere alla scuola della Parola, della preghiera e della conversione di vita, per riscoprirla come il problema che sta al primo posto nella graduatoria dei nostri interessi.
La fede è “l’affare degli affari”. Per questo aveva ragione madre Teresa di Calcutta quando diceva:”Io sono disposta a perdere la vita, ma non a perdere la fede che dà senso alla vita”.
Non a caso, papa Francesco titola, la sua prima enciclica “Lumen fidei”. Ciò significa che la fede deve illuminare tutte le zone d’ombra della nostra vita.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma che c’entra la fede con il lavoro, con la politica, con lo sport, con le relazioni sessuali ?: “Senza la fede, la vita cade nel buio del non senso. La fede, scrive papa Francesco, fa comprendere l’architettura dei rapporti umani” (51).
“E il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia” (52).
Anche la Chiesa italiana in questo decennio pastorale è sollecitata a riaccendere la luce della fede nella nuove generazioni risvegliando l’impegno educativo. La parola “educazione” sta sulla bocca di ogni credente e non credente, di ogni famiglia e comunità. Non si nasce cristiani, lo si diventa. La fede è un dono, ma pure un cammino.

  1. L’anno eusebiano

Dentro questo orizzonte condiviso della Chiesa universale e italiana, la Chiesa casalese, con vera sapienza pastorale,
celebra la memoria storica della fede con l’anno eusebiano.Ma che cosa significa per una Chiesa celebrare la memoria liturgica dei propri Santi ?
Mi pare eloquente la risposta di un vescovo, il cardinale Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, quando ancora prima del Concilio Vat. II, ricordava che noi non siamo chiamati “ a custodire delle tombe di apostoli, di santi e di eroi; ma a continuare la splendida tradizione, nonostante il contrasto con le altre realtà di umano sconvolgimento, che in questi decenni offrirono e offrono alla Chiesa motivi gravi di tristezza, di lacrime, e di sangue” (E.Guerriero, la Chiesa in Italia, San Paolo, Cisello Balsamo, 1996, p.448)

Eusebio, fa parte di quella “splendida tradizione” che lo vede protagonista dell’evangelizzazione a tutto campo, su questo territorio.
Egli ebbe alcune intuizioni che mettono in chiara evidenza il suo genio pastorale.
Il proto-vescovo della Chiesa pedemontana non primeggia nel IV secolo come teologo alla pari di altri Padri di poco posteriori a lui (come Agostino o Ambrogio); egli primeggia come pastore che ha fatto alcune scelte estremamente importanti per la Chiesa dei secoli successivi.
Verso la metà del 3° secolo (250 circa), la gente non capiva più il Vangelo in lingua greca; e i Vescovi si preoccupavano di tradurlo in lingua latina, da mettere tra le mani dei presbiteri collaboratori con il Vescovo nell’evangelizzazione.
Nell’archivio diocesano di Vercelli esiste l’unica traduzione completa del Vangelo, (l’Evangeliario,un codice di 634 pagine) anteriore alla traduzione di san Girolamo, la cosìddetta vulgata, voluta da papa Damaso alla fine del IV secolo. La tradizione ricorda che Eusebio ha lavorato per questa traduzione nella quiete di Crea.
Allo scopo di formare gli evangelizzatori egli ha poi creato il cenobio, il primo seminario per la formazione dei preti.

  1. Maria nella splendida tradizione

Ma nella splendida tradizione, c’è un’altra corrente feconda: la devozione mariana delle nostre Chiese che la storia, non senza motivazioni serie, fa risalire ad Eusebio. Infatti, nell’agire pastorale del vescovo c’era una sapiente abitudine: egli non faceva piazza pulita dei molti idoli pagani, come altri Vescovi; egli ricorreva al metodo della sostituzione.
Pertanto il culto della Madre del Signore prendeva il posto delle forme cultuali pagane. Per questo è difficile parlare di Eusebio senza attribuirgli una sorta di paternità educativa mariana, che ha dato consistenza alla devozione a Maria tra la nostra gente.

Dentro la splendida tradizione, la solenne liturgia di Maria Assunta in cielo, non manca di suscitare dentro di noi un altro motivo di stupore. Da una parte, noi oggi celebriamo la pasqua gloriosa di Maria, il mistero della sua assunzione al cielo; dall’altra la parola di Dio ci propone alla meditazione il mistero di una donna con i piedi per terra, in pellegrinaggio da Nazareth ad Ain-Karim: il mistero della visitazione.
Forse potrebbe risultare debole la tradizione che collega la devozione mariana con il colle di Crea; ma è salda e forte la presenza di Maria tra la nostra gente. E mi commuove contemplare insieme, il volto di Maria nel secondo mistero della visitazione e la sua gloria nella festa dell’Assunzione. Assunzione e visitazione: due misteri distanti, eppure vicini.
La visitazione ci fa incontrare la donna di Nazareth nella casa di un villaggio, accanto alla cugina Elisabetta che porta in grembo il profeta della soglia, Giovanni Battista.
Il racconto della visitazione usa verbi particolarmente efficaci per dire una presenza: “Maria si mise in viaggio…entrata nella casa salutò Elisabetta…rimase con lei circa tre mesi” (Lc 1,39–56).
Tutta l’avventura biblica di Maria è la storia di un viaggio che ricalca il ministero di Gesù tra gli uomini.
I verbi sono di un’efficacia straordinaria: a Cana Maria “c’era”; sul Calvario “stava”; nel cenacolo “era” concorde e assidua nella preghiera in attesa della Pentecoste. E la visita di Maria è portatrice di un dono più grande:Gesù.
Ad Ain-Karim, Giovanni Battista, l’umanità della speranza, sussulta di gioia, accogliendo Gesù nel grembo della madre come la speranza dell’umanità.

Anche il viaggio di Maria non è un evento della madre consegnato al passato; Maria ci visita ancora.
Gli stessi santuari che costellano il pianeta, sono le orme di una visita; sono i segni di una presenza.
Come ad Ain-Karim, anche oggi Maria ci rivela il suo volto, la donna più bella del mondo.
Luca, nel suo racconto, da vero artista, mette sulla bocca di Elisabetta parole cariche di ammirazione: Maria è la madre del Signore; è la donna benedetta fra tutte le donne; è la donna beata perché ha creduto nella parola di Dio; è la donna orante con le parole del magnificat; è la madre che si riconosce la serva nella casa di Zaccaria.

Oggi, con Luca e con l’autore dell’Apocalisse, contempliamo il volto pasquale di Maria: “La donna vestita di sole”, ma pure con la luna sotto i suoi piedi” (Ap. 11,12- 1). E’ davvero “un segno grandioso” che ci aiuta a contemplare Maria nella pasqua eterna (la donna vestita di sole), e Maria nel tempo (con la luna sotto i suoi piedi), per accompagnare la Chiesa pellegrina nel tempo drammatico degli uomini.
Pertanto il mistero della visitazione ci invita a sentire al nostro fianco la madre del Signore; “adesso e nell’ora della nostra morte”.
Maria ci accompagna nell’ora delle speranze deluse, della malattia che non perdona, nell’ora della croce, del fallimento familiare, quando tutto sembra crollare sotto i ruderi di tante tragedie; quando tutti, amici e familiari, sembrano tradire e abbandonarci.
Maria c’è; c’è, come ad Ain-Karim; c’è come a Cana; c’è come sotto la croce. C’è accanto ad ogni figlio claudicante, in ogni famiglia allo sbando; c’è nella storia di ogni popolo e della stessa Europa, per conservare la memoria di una tradizione cristiana che sembra tradita dalla cultura del vuoto.

Maria, infatti, costella la nostra Europa non solo con i numerosi santuari, ma attraverso interveti che ci lasciano pensosi con lo stupore della speranza. Forse non tutti conoscono la storia di quella bandiera che sventola come simbolo dell’Europa unita: un drappo con dodici stelle bianche, che campeggiano in cerchio sullo sfondo azzurro.
L’artista, Arsène Heitz, un convertito svizzero, devoto di Maria e affascinato dalle sue apparizioni, partecipando al concorso indetto nel 1951, per la scelta della bandiera, disegnò nel suo bozzetto “la corona di dodici stelle”, per richiamare la donna dell’Apocalisse.
In verità, quando Arsène disegnò le dodici stelle, gli stati dell’Europa nascente non erano dodici; e qualcuno della Commissione giudicante lo fece notare per indurre a scartare la bozza. Ma tra di loro c’era un ebreo, che ricordò il significato biblico del numero dodici, evocativo di pienezza, un augurio per il futuro dell’Europa. E così i membri della Commissione giudicante approvarono il bozzetto di Arsène, scelto tra migliaia di concorrenti. Era l’8 dicembre 1955.
Maria c’è, dunque, anche se contro quel drappo soffia il vento del nuovo paganesimo.
Maria c’è, come nella vigilia di Pentecoste per invocare l’avvento dello Spirito Santo che dona speranza.

Eusebio, nel IV secolo, là dove c’erano gl’idoli pagani portò l’immagine di una Madre; oggi, là dove ci sono gl’idoli muti, Maria ci aiuti tutti a portare Gesù, soprattutto con la parola e con la vita per crescere nella fede e nella speranza..