Inflazione eucaristica (e altro)

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Quando a qualcosa ci si appassiona c’è rischio di esagerare. Un bicchiere di vino in genere piace, ma se i bicchieri si moltiplicano, va a finire che ci si sbronza. Questo inizio da bettola per passare all’Eucaristia, di cui il vino insieme al pane è materia prima.

Stando al Nuovo Testamento (At 20,5-12) e ad antichissime fonti cristiane, l’Eucaristia era atto solo domenicale. Poi ci si è preso gusto ed è via via divenuta quotidiana. L’ultimo giorno ad esserne munito è stato il giovedì, per iniziativa del papa Gregorio II (715-731). A parer mio si è un po’ esagerato, riducendo il primato della domenica sugli altri giorni. Che poi l’Eucaristia si sia installata all’origine come evento domenicale, essendo la domenica la pasqua settimanale, farebbe supporre che fosse pensata più in riferimento alla risurrezione che alla morte di Cristo. Ne può essere indizio il fatto che il venerdì santo non si celebra la messa e la liturgia ambrosiana la sospende tutti i venerdì di quaresima. Ma non soltanto la messa è diventata quotidiana: addirittura la si replica più volte lo stesso giorno per dare comodità alla gente. Siamo al limite dell’assurdo: si celebra l’evento più scomodo della vita di Cristo – la sua morte, di cui l’Eucaristia è sacramento – per potervi presenziare comodamente!

L’attuale preoccupantissima carenza vocazionale non può essere letta come un espediente della Provvidenza per farci capire che con la messa si è esagerato e si continua a esagerare? E’ ovvio infatti che, diminuendo i preti, devono o dovranno diminuire anche le messe sul territorio. Se il Messale è il libro liturgico della messa, il celebrante potrebbe denominarsi “messaio”, per lo stesso fenomeno linguistico che denomina macellaio chi pratica macelleria. Negli anni settanta si era lanciato lo slogan “meno messe e più messa”: opportunissimo e arguto. Voleva dire “celebriamo meno ma celebriamo meglio”. Ma non è tutto.

L’inflazione eucaristica diventa persino alluvione eucaristica, al punto che la messa viene accalappiata come ingrediente di programmi del tutto eterogenei; tipo feste e sagre di paese e di associazioni, in cui la messa è inserita fra balli, bicchierate, pranzi e lotterie. Indimenticabile è il manifesto della sagra della rana, anni fa in un paese, in cui si leggeva testualmente “ore 11.00 S. Messa nell’area della sagra”. Trovai blasfema questa “ranificazione” dell’Eucaristia. Non escludo, ma non ne ho la prova, che l’Eucaristia possa essere “agnolottizzata” nella sagra dell’agnolotto” e “panissizzata” nella sagra della panissa. Mi sono lasciato andare non so se al grottesco o al farsesco: probabilmente al pazzesco.

Ma questa inflazione eucaristica ha altri risvolti, forse più spiacevoli, ossia un fraintendimento della partecipazione al rito. Mi spiego: chi va a messa alla sagra della rana ci va per la rana o per Gesù Cristo? Chi va a messa alla festa degli alpini, ci va in quanto alpino o in quanto cristiano? Vado persino oltre: chi va a messa quando interviene la cantoria, ci va per la sua ugola o per Gesù Cristo? Dipende: se uno a messa ci va sempre, le alternative di cui sopra diventano oziose. Ma se ci va soltanto alla sagra della rana o alla festa degli alpini o perché crede indispensabile la sua ugola, in tal caso la messa viene subordinata ad altri scopi. Perché certi alpini (molti) a messa si vedono solo quando sono precettati dalla loro associazione; e certi cantori a messa si vedono solo quando è di turno la cantoria? Va detto però che l’inserimento nel coro liturgico, non raramente è da leggersi come un riaggancio progressivo alla messa domenicale che si era persa di vista. Anche ai funerali si vedono a messa molte persone che non sanno neanche da che parte è girata la chiesa. Ma in questo caso sarei più indulgente: si tratta infatti di una presenza per solidarietà e amicizia, virtù umane che meritano rispetto.

Vado fino in fondo, tanto alla mia età posso scrivere quello che voglio (o quasi). Se si pensa in quale tragica intimità è nata l’Eucaristia, trovo almeno di cattivo gusto le grandi piazzate eucaristiche pontificie, nelle quali sovente i concelebranti si trovano a tale distanza dall’altare, che farebbero meglio a dire, non “questo è il mio corpo”, ma “quello è il mio corpo”! Perché portare in piazza quanto la Chiesa ha di più sacro? In queste circostanze così moltitudiniste, invece di alzare il tiro al massimo, non sarebbe più prudente e commisurata una Liturgia della Parola presieduta dal Papa? Nel Nuovo Testamento non si legge l’obbligo della messa domenicale: è un ragionevole precetto ecclesiastico, da cui il Papa può dispensare. Non ho finito.

C’è anche un altro fenomeno che mi fa pensare e non riesco a darmi una spiegazione. Perché la comunione è “usanza” quasi esclusivamente femminile? E sì che non siamo informati della presenza di femmine all’ultima cena.

Certi uomini a messa li vedo sempre, e ciò va bene, ma la comunione non la fanno mai, neppure a natale e pasqua. Non solo: alcuni maschi fanno la comunione fino a una certa età; poi, quasi in automatico, continuano a presenziare alla messa astenendosi rigorosamente dalla comunione, come se a una certa età “in automatico” si perdesse la grazia di Dio, passando, ancora in automatico, in stato di peccato mortale, che effettivamente vieta l’accesso alla comunione. Se sussistono le condizioni minime, quando si va a messa la comunione si deve fare. Non credo che Gesù abbia progettato l’Eucaristia come premio ai buoni: in tal caso avrebbe fatto bene a tenerla per sé; ma come aiuto e supporto ai meno buoni. Il pulviscolo del peccato si spazza via con l’atto penitenziale all’inizio della messa. O forse questo fenomeno maschile dell’astensione eucaristica a cominciare da quando si circola attorno alla maggior età, lascia supporre che il giovincello consideri la comunione una pratica da femmine e bambini e pertanto disdicevole al maschio adulto della specie cristiana. Se così fosse ci sarebbe un motivo in più per rimeditare la prima comunione ai marmocchi.

Premetto che, se è esatta l’ampia diagnosi da me fatta, i provvedimenti in prima battuta competerebbero ai vescovi i quali dovrebbero disciplinare la plausibilità delle celebrazioni eucaristiche. Ragionando di casa nostra, senza sfasciare carrozze, raccomando di inserirsi nel sempre gradito coro liturgico, solo se si frequenta la messa abitualmente; o se tramite il coro ci si mette in pista per riagganciarla anche quando la cantoria non è di turno. Parimenti, alla luce di quanto detto per deflazionare le messe sul territorio, chiedo agli alpini di programmare le loro feste inserendosi nelle messe di orario. Se nella locandina vogliono invitare alla messa, le diano un risalto tipografico che la differenzi da apertivi, pranzi e altro. Gli uomini che frequentano abitualmente la messa non escludano altrettanto abitualmente la comunione. E i circa maggiorenni che continuano lodevolmente a frequentare, non identifichino la maggior età con l’addio irreversibile alla comunione.

E se vedete che noi preti celebriamo sciattamente la messa, tirateci pure gli orecchi, salvo che non si tratti di sgarri dovuti ad annacquamento cerebrale, di cui cominciano ad affiorarmi i sintomi!

Gesù Cristo è il centro della nostra fede e l’Eucaristia è l’incontro settimanale con Lui. Malmenarla è malmenare Lui stesso. I martiri di Scilli († 304; Scilli era una città dell’attuale Tunisia) hanno accettato il martirio dicendo «sine dominico non possumus» (= non possiamo vivere senza l’Eucaristia domenicale). Grande lezione di eroica coerenza cristiana!

 

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