Domenica in albis

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

All’inizio del suo Vangelo Giovanni scrive che il Verbo viene ad abitare in mezzo a noi. Nello stesso modo la sera di Pasqua egli viene e sta in mezzo ai suoi. Sempre a proposito degli inizi della vita di Gesù, Luca evidenzia come i pastori, benché avvolti dalla luce della gloria di Dio, “furono presi da grande timore” (Lc 2,9). Da parte loro i discepoli, nonostante i segni della risurrezione del Signore, stanno a porte chiuse per timore dei giudei. Si direbbe che fin dall’origine della sua storia, da quel momento in cui Adamo confessò a Dio: “ho avuto paura… e mi sono nascosto” (Gen 3, 10), il timore accompagni costantemente la vita dell’uomo. Ma nella sera di Pasqua in mezzo ai discepoli sta come presenza perenne tra i suoi Colui che, vincendo quella morte da cui tutti i timori umani traggono origine, ci ha liberati da ogni paura. La storia umana dai suoi inizi è caratterizzata dal tentativo dell’uomo di proteggere la propria fragilità o attaccando il fratello o tutelando sé stesso. Le porte chiuse del cenacolo rappresentano simbolicamente questo atteggiamento difensivo, così come le guerre e le violenze che oggi ci circondano sono il segno esplicito di come la paura può trasformarsi in sopraffazione e distruttività. Solo Colui che ha attraversato il dolore e la morte sconfiggendoli può offrire la risposta all’angoscia che ci attanaglia il cuore. Forse è proprio per tale motivo che Gesù mostra ai suoi le mani e il fianco come segni identificativi della sua identità, così come Tommaso dichiara di credere a patto di poter toccare le sue ferite. Potrebbe apparire un po’ strana la sua richiesta, tanto più che un corpo risorto e non più soggetto ai limiti della materia avrebbe potuto eliminare totalmente le tracce della passione. In fin dei conti non abbiamo bisogno di chiedere a una persona di togliersi il cappotto e i guanti per riconoscerla così come non sono le ferite che permettono di individuarla, ma il volto e la voce, il vederla in carne e ossa. Questa insistenza nel mostrare i segni della crocifissione non è però casuale ma voluta, prima di tutto perché permette di contemplare il mistero nella sua totalità di dolore e di gioia, di morte e risurrezione. Potremmo, infatti, essere tentati di scordare una delle sue dimensioni accentuando o la sofferenza, come se la Pasqua si concludesse sul Calvario, o la gloria, dimenticando che la nostra salvezza è stata acquistata a caro prezzo. Le ferite che Gesù mostra ai suoi e che Tommaso vorrebbe toccare non rimandano però unicamente ai patimenti subiti da Gesù. Esse sono prima di tutto la testimonianza di quel grande amore con cui il Padre ci ha amati donandoci il Figlio e del dono totale della vita da parte di Gesù. Un volto, per quanto espressivo dell’identità di una persona, non è in grado di rivelare pienamente quanto vive il cuore. La ferita, al contrario, lascia intravedere la passione nel duplice senso di sofferenza e di amore travolgente, smisurato, senza limiti, quell’amore “fino alla fine” (Gv 13,1) di cui aveva parlato Giovanni per introdurre la scena della lavanda dei piedi. Ed è a questo amore che dobbiamo riandare ogni volta in cui il timore ci attanaglia, per riconfermare a noi stessi che Colui da cui siamo stati amati così totalmente continuerà a volerci bene e a custodirci in ogni istante della nostra vita.