Avvento: Terza Domenica

 
 

a cura di don Luciano Condina

È tempo di interrompere momentaneamente la sobrietà dell’Avvento per ricordare la gioia che il cammino cristiano ha come meta, perché viene la luce, e dove c’è luce è gioia e pienezza.

Un cristiano autentico non può essere triste, perché la gioia lo abita – o almeno dovrebbe. San Francesco di Sales diceva che un santo triste è un “triste santo”, ed è proprio vero perché un cristiano triste è come un rappresentante di profumi che emana cattivo odore, il che è decisamente contraddittorio oltre che sgradevole; tristezza che spesso è frutto di una relazione con Dio fondata esclusivamente su un volontarismo forzoso accompagnato da rigidità affettiva.

Un cristiano triste, seppur credente, non è credibile.

Invece è tempo di gioire perché viene la luce nel mondo, è lei che illumina, è lei che ama per prima e se non ti lasci prima amare non potrai amare a tua volta, perché non puoi donare ciò che non ricevi.

Cos’è la gioia vera? Spesso la confondiamo con le compensazioni, con i momenti di appagamento che ci regaliamo, con il piacere: invece c’è la gioia e c’è il piacere; la gioia può portare con sé il piacere, ma c’è un piacere fine a se stesso che non porta gioia.

La gioia è una presenza, che in quanto tale è con te. La gioia ti abita quando stai con chi ami, o quando sai che chi ami sta bene. È la presenza di qualcuno.

E la gioia perfetta, la perfetta letizia è la presenza di Qualcuno.

La cosa bella è che quando sperimenti la presenza di questo Qualcuno tutto il resto non conta più, svanisce come i dolori del parto di fronte alla creatura appena nata. E nello sperimentarLo svanisce anche l’assolutizzazione dei nostri problemi.

È curioso che la parola “letizia” abbia la stessa radice della parola “letame”, e parrebbe che non abbiano nulla in comune: ebbene, entrambi sono legati alla fecondità; il letame, benché sia scarto biologico,  porta grande fecondità alla terra; e così, la durezza di tante vite, il sovrapporsi di sacrifici e sofferenze – tutte cose che noi scarteremmo volentieri – in realtà generano molto frutto, soprattutto sul lungo termine. Pensandoci bene, le cose più importanti le abbiamo imparate nelle difficoltà. D’altronde nessuna cosa importante nella vita si edifica senza sacrifici.

Per accogliere questa luce che viene a noi abbiamo bisogno di un testimone, ossia qualcuno che ce la indichi, perché da soli non possiamo darcela, e Giovanni Battista “venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7). Da duemila anni i testimoni di questa luce si susseguono, come se si passassero una fiaccola accesa – come quella olimpica – di mano in mano, di volto in volto, di vita in vita, arrivando a noi, e attraverso noi arrivando a chi ci succederà. Questa è la via scelta da Dio per attraversare i secoli, per incarnarsi lungo i secoli. È bello periodicamente pensare e ricordare il proprio “tedoforo della fede”, ossia colui che è stato strumento di vita eterna per noi: senza dubbio gli dobbiamo gratitudine e preghiera.

Giovanni non dice chi è, si identifica solo come una “voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1,23): quando la luce ti illumina non ha più importanza chi sei tu, perché capisci che la fonte di bellezza non sei tu, ma se ti lasci permeare da essa allora viene fuori la tua bellezza originaria, strutturale, autentica.

Giovanni grida, perché non c’è notizia più importante di questa da dare al mondo sanguinante; talmente importante che mi son fatto prete apposta per unirmi a questo grido.

E sono felice; o meglio, la gioia è in me.

 
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