XXXII domenica tempo ordinario Mt 25,1-13

 
 

La morte ci libra nell’infinito e ci apre all’eterno –

a cura di Mons. Alberto Albertazzi – alberipazzi@gmail.com –

Il vangelo di Matteo ci sciorina ancora due parabole che non ci lasciano propriamente tranquilli, perché ci mettono entrambe sull’attenti, seppure con differenti immagini. Purtroppo ne leggeremo solo una, perché la prossima domenica in Piemonte ricorre la festa della chiesa locale, che ci dirotta da Matteo su Giovanni. Spiace che in Piemonte non si legga nel ciclo domenicale la parabola dei talenti secondo Matteo (25,14-30). Dobbiamo quindi accontentarci della parabola delle dieci vergini, ove si mescolano gioventù e tragedia.

Quando il fenomeno delle ragazze-madri era di là da venire, le giovani erano tranquillamente classificate vergini, e noi le chiameremo così a prescindere dalla loro condizione intima. Queste dieci vergini sono equamente bilanciate in due categorie di cinque e cinque, rispettivamente sagge e stolte. Il discriminante è un po’ banalotto: l’avere o non avere l’olio di riserva in caso di spegnimento delle lampade. Sorprende un po’ lo sposalizio notturno e con esso il ritardo dello sposo fino a mezzanotte: siamo ben oltre gli odierni ritardi nuziali, solitamente della sposa che si fa un po’ attendere per colpo di scena. In realtà il rito matrimoniale era già avvenuto. Nottetempo si faceva l’accompagnamento in corteo al talamo nuziale, ove entravano ovviamente solo i diretti interessati e gli accompagnatori tornavano a casa loro. Le fiaccole servivano per festoso accompagnamento notturno.

Il corteo di queste cinque più cinque non fa altro che moltiplicare due figure classiche nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento, che ama contrapporre il saggio e lo stolto, oppure il giusto e il malvagio, oppure l’operoso e il pigro: vedi in altre letterature la cicala e la formica (Esopo, La Fontaine). In sintesi abbiamo la contrapposizione fra il polo della positività e il polo della negatività. La sintesi di queste due inconciliabili incompatibilità antropologiche la troviamo nel brevissimo salmo 1, che ci fa inforcare l’itinerario salmodico con una scarpa del saggio e una scarpa dello stolto.

Le fanciulle della parabola, non avvezze a orari da discoteca, a notte avanzata si addormentano placidamente, per essere svegliate di soprassalto da un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». E a gentile passo di danza devono svolazzare verso di lui per fargli giovanile corona. Ma ecco l’intoppo: il ritardo dello sposo ha consumato l’olio delle lampade. E le cinque stolte si accorgono di non averne riserva. Non resta che chiederne soltanto un po’ alle prime della classe: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». La risposta delle sagge è tra il comico e il beffardo: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». Come facevano a trovare aperto nottetempo un venditore, che non poteva essere una farmacia di turno? Inoltre sarebbe trascorso ulteriore tempo, quanto bastava per farsi precedere dallo sposo. Il quale arrivò, fece entrare le fanciulle già pronte, «e la porta fu chiusa»: di chiusura ermetica e irreversibile. È questa la frase terribile della parabola. E struggente è la supplica delle ritardatarie: «Signore, signore, aprici!». E inesorabile è il proclama di rinnegamento da parte dello sposo: «In verità io vi dico: non vi conosco». E laconica è l’esortazione conclusiva di Gesù: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». Eccoci al traguardo.

Vegliare dunque. Ma perché? Perché della morte si sa che arriva, ma non si sa quando. Essere impreparati a incontrarla, se si crede a un Aldilà in senso cristiano (inferno/paradiso), è molto rischioso. Ecco perché quell’avvertenza di Gesù. Sto scrivendo attorno al 2 di novembre, e allora una sosta sulla morte mi sembra salutare e opportuna, decollandola da una famosa poesia di Gozzano, La signorina Felicita, ove l’autore trasfigura «sora nostra morte corporale» – come la chiama san Francesco – in «ospite furtiva, che ci affranca dal tempo e dalla spazio». Splendido questo spalancamento operato dalla morte che ci libra nell’infinito, mentre ci «sovvien l’eterno» (Leopardi). Crollano i limiti kantiani. Per il grande filosofo di Konigsberg lo spazio e il tempo sono gli angusti confini in cui scorrazza il nostro misero pensiero nella vita attuale.

Uscendone con ali di colomba (cfr. salmo 54,7), si approda in una sconfinata atmosfera priva di recinti spazio-temporali ove si contempla Dio così come egli è (cfr 1Gv 3,2).

 

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