XXXII domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Il Vangelo di questa domenica ci aiuta a guardare all’essenza della festa che oggi celebriamo, ossia la Dedicazione della Basilica Lateranense: è Gesù Cristo il nuovo tempio, Colui attraverso cui e in cui possiamo incontrare Dio Padre, è lui ‘la pietra angolare’ su cui si costruisce la nostra fede. La stessa collocazione del testo nel quarto Vangelo ne rivela il carattere sintetico: mentre i Sinottici collocano la cosiddetta ‘cacciata’ dei mercanti dal tempio dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme, Giovanni la pone all’inizio del ministero di Gesù, quasi a rappresentare una sorta di sintesi, anticipo di quella che sarà la sua missione. Il testo può essere letto secondo questo schema: prima un gesto di Gesù, a cui segue una duplice reazione, la prima, quella dei discepoli che leggono il gesto alla luce della Scrittura, la seconda, quella dei Giudei che contestano Gesù. Ecco allora la spiegazione di Gesù e infine la rilettura post-pasquale dei discepoli. Come interpretare il gesto di Gesù, un gesto che ci sorprende per la sua irruenza e – saremmo tentati di aggiungere – per la sua aggressività? I discepoli ci aiutano a comprendere che si tratta di un gesto d’amore per il Padre, del rispetto per la sua casa che non può essere trasformata in un mercato. Forse, però, l’ardore di Gesù corrisponde a un gesto d’amore nei confronti di quegli uomini che commerciavano buoi, pecore e colombe e verso ognuno di noi. Tutti, infatti, siamo tentati di accantonare la vocazione di adoratori di Dio che ci costituisce come esseri umani e preferirle il mercanteggiare, vale a dire il cercare di trarre vantaggio dalle persone e dalle cose per i nostri interessi personali. Anche la nostra religiosità può collocarsi a questo livello e diventare una sorta di “do ut des” nei confronti di Dio. Tante domande formulate dentro di noi o sentite pronunciare da altri – “Perché Dio ha fatto o ha permesso questo nonostante le mie, le nostre preghiere?” – riflettono questo atteggiamento utilitarista nei confronti di Dio, già stigmatizzato dai profeti. Cito solo un esempio: Isaia 1,12 scrive: “Smettete di presentare offerte inutili. L’incenso per me è un abominio”. Al contrario, chi, come i discepoli, porta nel cuore le parole della Scrittura, sa interpretare la realtà e l’agire di Dio in modo diverso, più profondo. I Giudei, invece, rivolgono a Gesù una domanda che si pone sulla scia del mercanteggiare: “Quale segno ci mostri?”. Essi non entrano in una dinamica di fede, ma esigono una risposta tangibile, concreta. E Gesù dà loro una risposta che si pone – come era avvenuto per la cacciata dei venditori – su di un altro livello, quello dei detti profetici. Le sue parole diventano allora oggetto di due interpretazioni diverse: la prima è costituita dalla domanda incredula, potremmo forse dire anche sottilmente sprezzante, “Tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Sembra quasi dire: “Chi ti credi di essere se ti ritieni in grado di ricostruire questo tempio in tre giorni?”. Di seguito, invece, l’interpretazione post-pasquale dei discepoli: quando hanno assistito alla scena, essi ne hanno intuito, grazie al ricorso alla Scrittura, un significato più profondo, ma dopo l’evento della Pasqua la loro comprensione si è dilatata, si è approfondita. Ciò che Gesù ha compiuto non è stata semplicemente una purificazione del tempio, ma una sostituzione del suo corpo, della sua divino-umanità all’edificio del tempio che fino a quel momento aveva avuto lo scopo di regolare nello spazio e nel tempo la religiosità dei Giudei. Nel capitolo quattro Gesù dirà che il Padre vuole essere adorato in spirito e verità, vale a dire nella consapevolezza di essere figli nel Figlio, Figlio che è il Mediatore, colui che ha aperto per noi le porte del paradiso, della relazione intima, profonda e personale con Dio.