XXVI domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • Più volte, nelle domeniche precedenti, abbiamo preso in considerazione la pedagogia di Gesù, che spiazza i suoi interlocutori offrendo loro la possibilità di relazionarsi in modo più vero e autentico con il Padre e con i fratelli. È quanto avviene anche nella parabola odierna, dove Gesù sembra tendere un tranello ai suoi ascoltatori – i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo – e forse anche a noi, che spesso osserviamo la realtà con il loro stesso sguardo. Un espediente, però, che non umilia ma, al contrario, offre la possibilità di ravvedersi e di convertirsi. La parabola narra dell’invito da parte di un padre rivolto ai suoi due figli affinché vadano a lavorare nella sua vigna. Un invito che corrisponde alla vocazione di ogni uomo: nel libro della Genesi si dice, infatti, che “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). È la chiamata a essere con-creatori, a condividere con Dio la responsabilità della custodia e dello sviluppo del creato. Un compito che conferisce dignità all’uomo, come si percepisce anche dalla parabola, dove la richiesta di collaborazione è rivolta a due figli e non a dei servitori. Essi dovrebbero provare gioia, entusiasmo e persino sentirsi onorati della possibilità di offrire il proprio contributo. Il racconto descrive invece resistenze da parte di entrambi. Esse non ci stupiscono: guardandoci intorno, constatiamo facilmente i danni da noi apportati alla natura, segno del rifiuto della proposta divina e di un rapporto di puro sfruttamento nei confronti del creato. La parabola è orchestrata in modo magistrale e ricorda un altro testo biblico importante e famoso: il dialogo fra il profeta Natan e il re Davide, dopo che questi fece in modo che Uria l’Ittita, marito di Betsabea, venisse ucciso (cf. 2 Sam 12). Entrambi i brani inducono gli ascoltatori a identificarsi e, di conseguenza, a prendere le parti di chi ha ragione, per poi scoprire tuttavia che il narratore li considera dalla parte del torto. Ciò che permette questa interpretazione è l’elemento che accomuna il primo figlio della parabola, da una parte, e i pubblicani e le prostitute, dall’altra. Del figlio viene detto che “si pentì”, mentre dei secondi si afferma che credettero a Giovanni. Il rimprovero successivo che Gesù rivolge ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo fa comprendere che questo “credere” è il frutto di un pentimento. Egli, infatti, li redarguisce così: “Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”. Di conseguenza, la parabola – soprattutto grazie ai commenti successivi di Gesù – non intende semplicemente ribadire un tema caro all’evangelista Matteo (cf. Mt 7,21) riguardante l’importanza del fare rispetto al dire. Qui, piuttosto, si evidenzia in primo luogo il valore del pentirsi, ossia la capacità di lasciarsi interpellare e mettere in discussione rispetto al proprio comportamento. Il pentirsi apre poi la strada al credere: così hanno fatto i pubblicani e le prostitute nei confronti del Battista e di Gesù stesso, basti pensare a Zaccheo e alla peccatrice in casa di Simone il fariseo. Anche per il figlio della parabola il pentimento ha offerto una nuova possibilità: quella di scoprirsi figlio e non schiavo, valorizzato nella sua dignità e chiamato a collaborare all’opera del Padre.