XXIV domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • La parabola odierna appartiene anch’essa al discorso ecclesiale; il suo scopo è chiarire e completare quanto è stato detto domenica scorsa. Dopo aver parlato di correzione fraterna, ora si affronta un tema fondamentale per la vita della comunità: il perdono. A introdurci nel tema è una domanda di Pietro riguardante quante volte si debba perdonare il fratello. Ammiriamo il suo coraggio: dopo essere stati rimproverati da Gesù come lo fu lui a Cesarea di Filippo, al suo posto probabilmente noi non avremmo avuto l’ardire di intervenire e prendere la parola. Egli, invece, assume il suo ruolo di leader e, sollecitato dai temi trattati, pone l’interrogativo che forse anche altri vorrebbero formulare. Suggerisce inoltre una risposta che ai suoi occhi può apparire molto generosa: bisogna perdonare fino a sette volte. In effetti, per il pio israelita il sette è il numero della perfezione e della pienezza. Per quanto benevola possa apparire la sua proposta, l’apostolo dimostra di ragionare ancora non secondo Dio, ma secondo gli uomini (cf. Mt 16,23). Stabilendo una misura, infatti, egli pone un limite al proprio perdono. Per Gesù, al contrario, non si tratta di una questione di quantità, né di essere semplicemente più disponibili o generosi. Come scrive un monaco della Chiesa d’Oriente, il suo perdono “trascende e fa esplodere ogni perfezione”. Se, come si legge nel discorso della montagna, il cristiano è invitato a essere perfetto “come è perfetto il Padre celeste” (Mt 5,48), il suo perdono – così come il suo amore – non può avere limiti. Questo è il modo di pensare di Dio e, proprio perché supera ogni logica umana, Gesù utilizza una parabola per farsi comprendere meglio. Il racconto si divide in tre parti: la prima descrive il condono di un debito dalla portata talmente elevata da non poter essere saldato. Nonostante questa consapevolezza, il servo domanda al padrone di avere pazienza, promettendogli di rimborsargli l’intero dovuto. La risposta di quest’ultimo è sconcertante: egli non smaschera l’assurdità o la menzogna nascosta in tale promessa, ma lo lascia andare e gli condona il debito. Andando al di là del racconto parabolico, ci si rende conto di come il comportamento del padrone rifletta quello di Dio il quale, con un amore senza misura, ha inviato il Figlio sulla terra perché il nostro debito fosse condonato. La seconda scena ha come protagonisti due servi, uno dei quali deve una piccola somma all’altro – proprio a colui al quale il padrone aveva appena rimesso il debito. La supplica di questo secondo debitore è identica a quella che il primo aveva rivolto al padrone, ma la somma da condonare qui non è affatto esorbitante; malgrado ciò, egli non viene ascoltato e finisce gettato in carcere. Nella terza parte, il padrone torna a essere severo e punisce il servo che non ha condonato il debito al fratello. Ciò significa che il perdono ricevuto non è servito a nulla? La parabola, in realtà, vuole dirci altro. Essa ci ricorda che quando l’uomo non riconosce la profondità della propria colpa e la grandezza del perdono ottenuto, Dio lo spinge a riesaminare il suo comportamento, ammonendolo a non dare mai per scontato il diritto di essere perdonato. Quando invece la misericordia del Padre trova un cuore aperto e può esprimersi liberamente, il suo perdono trascende ogni limite umano, rivelandosi veramente senza misura.