XXIII domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Sappiamo che il Vangelo di Matteo è diviso in diversi discorsi; il brano che oggi la liturgia ci propone costituisce la seconda parte del discorso ecclesiale, in cui ci si interroga sul comportamento da assumere di fronte al peccato del fratello. Si tratta di un tema che interpella la comunità da diversi punti di vista: innanzitutto quello della sua testimonianza di fronte al mondo – un aspetto fondamentale per una piccola realtà qual era quella di Matteo, ma altrettanto significativo oggi. Chiamato a far risplendere la sua luce davanti agli uomini (cf. Mt 5,16), il cristiano non può ignorare la presenza del peccato all’interno della sua comunità. Si può tuttavia individuare un altro motivo che deve costringerlo a riflettere di fronte al male commesso dal fratello: la cura della sua persona e la ricerca del suo bene, un obiettivo ancora più rilevante rispetto a qualsiasi altro bene terreno, come la salute o il benessere. Questa attenzione attiva nei confronti delle colpe altrui ci interroga rispetto ai nostri atteggiamenti lassisti e permissivi, molto semplici da mettere in pratica, che ci illudono di poter evitare i conflitti, finendo spesso per crearne di più grandi. Teresa di Lisieux, che per anni fu incaricata della formazione delle giovani senza mai avere il titolo ufficiale di Maestra, provava una sorta di ripugnanza interiore nel rimproverare le sue novizie; allo stesso tempo, però, non poteva farne a meno. Il suo interesse maggiore, infatti, non era ottenere la loro approvazione, ma favorire la crescita spirituale di ciascuna. Il brano odierno sollecita ad assumere le proprie responsabilità nei confronti dell’altro: anche il rimprovero, infatti, è un modo per farsi carico e avere a cuore qualcuno che non è un essere anonimo ma, in quanto membro della comunità, è diventato a tutti gli effetti un fratello o una sorella. Se, come si è detto, far notare all’altro il suo peccato è faticoso perché potenziale causa di conflitto, è altrettanto vero che chi rimprovera può talvolta essere spinto da bisogni di autoaffermazione, da un senso di superiorità o da altri problemi personali. È quindi necessario purificare le proprie motivazioni e, perché questo avvenga, bisogna evitare di agire d’istinto o in modo impulsivo. La pagina di Matteo propone un percorso a tappe: un intervento graduale che tiene conto della sensibilità dell’altro e del suo bisogno di non essere esposto al giudizio altrui. Questo itinerario ha lo scopo di favorire l’ascolto, promuovendo un atteggiamento di ritrovata obbedienza e fedeltà a Dio. Se ciò non accadrà nemmeno dopo l’incontro con altri membri della comunità, l’interessato potrà essere allontanato dal gruppo, non per essere punito, ma perché la distanza diventi occasione di ripensamento e presa di coscienza. Tali decisioni, tuttavia, non devono essere guidate da criteri puramente umani; la presenza del Signore là dove due o tre sono uniti nel suo nome orienterà le scelte verso la ricerca del bene dell’altro, secondo i criteri evangelici. Il Vangelo di Matteo, che fin dal racconto della nascita aveva parlato di Gesù come dell’Emmanuele, il Dio con noi (Mt 1,23), si conclude con queste parole: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Si tratta di una promessa a cui siamo invitati a credere, ma anche di un impegno da assumere affinché il nostro modo di stare insieme come comunità permetta al Signore di manifestare la sua presenza fra noi.