XVIII domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • Dopo l’annuncio della morte del Battista, Gesù si ritira nel deserto. Molteplici sono i motivi che hanno potuto indurlo ad allontanarsi: il dolore per la morte del cugino e la sofferenza per l’ingiustizia da lui subita. Di quella stessa ingiustizia egli stesso era stato recentemente oggetto, anche se in forma per ora meno grave, con il rifiuto della sua predicazione da parte dei suoi compaesani. Gesù ha bisogno di silenzio di fronte a un avvenimento che anticipa il proprio destino ed esige assenza di rumore e intimità con il Padre. Il dolore personale viene, però, immediatamente accantonato di fronte alle esigenze della folla. La compassione che essa suscita in lui è ben più forte della sua afflizione ed egli si affretta a guarire i più bisognosi in mezzo a loro: i malati. Questo distacco dalle pene personali, a cui si accompagna sempre l’attenzione al patire altrui, è un filo rosso che attraversa tutto il Vangelo, raggiungendo la sua massima espressione sulla croce. La compassione di Gesù sembra non avere limiti, tanto da indurre i discepoli a intervenire, pensando di riportarlo alla realtà rispetto alle due coordinate essenziali che strutturano l’esistenza umana: il tempo – “è ormai tardi” – e lo spazio – “il luogo è deserto”. Essi suggeriscono così una soluzione concreta: “congeda la folla, perché vada… a comprarsi da mangiare”. La risposta di Gesù, che invita i discepoli stessi a procurare il cibo alla gente, è semplicemente sconcertante. Essa obbliga a passare dall’illusione di potersi sfamare da soli – la stessa che aveva caratterizzato il gesto di Adamo ed Eva – alla fiducia in Qualcuno disposto a soddisfare ogni nostro sano appetito. Si tratta di un cambio totale di prospettiva: da una visione pragmatica e autonoma dell’esistenza, si passa a pensarsi all’interno di una relazione. In essa sarà un Altro a provvedere alla nostra fame e a renderci capaci di soddisfare, a nostra volta, gli altri. D’altronde Dio si è sempre comportato così: nel giardino di Eden i progenitori avevano a disposizione tutto quanto potevano desiderare; furono la loro mancanza di fiducia e l’orgoglioso bisogno di autoaffermazione che li spinse a nutrirsi del frutto proibito. Nel deserto Dio non lasciò morire di fame gli Israeliti, ma offrì loro la manna e le quaglie; il popolo, tuttavia, mancò di fiducia, preferendo il ricordo delle cipolle d’Egitto alla propria liberazione. Gesù appare qui come il nuovo Mosè che mostra al popolo la compassione di Dio e la sua costante disponibilità a saziare ogni nostra fame. Il pane che egli offre, tuttavia, è di una qualità superiore rispetto alla manna, e il luogo della moltiplicazione è privo delle asperità del deserto. Emerge così una differenza fondamentale: Gesù non è semplicemente un nuovo liberatore, ma è il Figlio di Dio, che offre all’uomo il compimento della salvezza. Questo dono, però, non rimane suo appannaggio esclusivo: se in un primo momento i discepoli hanno dovuto constatare la propria totale impotenza, ora sono invitati a diventare collaboratori nel distribuire quella sovrabbondanza di pane che equivale a una sovrabbondanza di vita. La scena ora sembra trasformarsi in una vera e propria azione liturgica, in cui i gesti richiamano quelli dell’ultima cena. I discepoli sono chiamati a prolungare l’azione salvifica di Gesù, a far ricorso a lui pur nella consapevolezza della propria inadeguatezza, a trasformare il deserto del mondo in un luogo vitale grazie alla fiducia in Colui che è venuto per portare una vita abbondante.