XVII domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Il Vangelo odierno ci presenta tre parabole e una sintesi finale, anch’essa a carattere parabolico. Le prime due sono parallele, pur con alcune differenze: descrivono il modo in cui i due protagonisti vengono a contatto con il Regno. Il primo lo trova, si imbatte nel tesoro forse senza averlo mai consapevolmente cercato; il ritrovamento della perla da parte del secondo, al contrario, è il frutto di un’assidua ricerca. È sempre unico, misterioso e personale il modo in cui l’uomo viene a contatto con il Regno; ciò che la parabola mette in risalto, però, è la reazione conseguente. Non è fondamentale, infatti, come avvenga l’incontro, ma l’essenziale sta nel comportamento successivo. L’azione del mercante e dell’agricoltore è, infatti, identica: vendere tutto per possedere quel bene la cui preziosità è inestimabile. Si tratta di una reazione che non dobbiamo dare per scontata: il giovane ricco ha incontrato Gesù e ricevuto l’invito a seguirlo, ma non ha avuto il coraggio di lasciare tutti i suoi beni (Mt 19,16-22); Giuda ha vissuto tre anni con il Signore, per poi finire con il tradirlo. I personaggi delle parabole, invece, non esitano a vendere tutto. La radicalità del loro gesto mette in risalto la preziosità del bene trovato, un bene che non può essere paragonato a null’altro e per il quale vale la pena giocarsi la vita. Vengono in mente le parole di san Paolo il quale, “di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3,8), reputa tutto una perdita, o meglio, una spazzatura. Il vendere tutto da parte del contadino e del mercante non mette unicamente in risalto la preziosità e unicità dell’oggetto trovato, ma evidenzia anche l’importanza del non trattenere nulla per sé.  Anania e Saffira avevano deciso di vendere un terreno di propria volontà, senza essere stati obbligati da nessuno; non ebbero però il coraggio di “lasciar andare”, trattenendo per sé parte del ricavato invece di offrirlo alla Chiesa (cf At 5,1-11). Il Regno, invece, domanda fiducia, perché offre ben più di una sicurezza economica. Non si tratta, infatti, di uno scambio di beni, ma di affidarsi a Colui che ha promesso il centuplo a coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo. Di conseguenza, la vendita non può essere vissuta come un sacrificio o una privazione; la parabola lo evidenzia in modo chiaro quando dice che il contadino va a vendere tutti i suoi averi “pieno di gioia”. 

Il Vangelo odierno ci presenta tre parabole e una sintesi finale, anch’essa a carattere parabolico. Le prime due sono parallele, pur con alcune differenze: descrivono il modo in cui i due protagonisti vengono a contatto con il Regno. Il primo lo trova, si imbatte nel tesoro forse senza averlo mai consapevolmente cercato; il ritrovamento della perla da parte del secondo, al contrario, è il frutto di un’assidua ricerca. È sempre unico, misterioso e personale il modo in cui l’uomo viene a contatto con il Regno; ciò che la parabola mette in risalto, però, è la reazione conseguente. Non è fondamentale, infatti, come avvenga l’incontro, ma l’essenziale sta nel comportamento successivo. L’azione del mercante e dell’agricoltore è, infatti, identica: vendere tutto per possedere quel bene la cui preziosità è inestimabile. Si tratta di una reazione che non dobbiamo dare per scontata: il giovane ricco ha incontrato Gesù e ricevuto l’invito a seguirlo, ma non ha avuto il coraggio di lasciare tutti i suoi beni (Mt 19,16-22); Giuda ha vissuto tre anni con il Signore, per poi finire con il tradirlo. I personaggi delle parabole, invece, non esitano a vendere tutto. La radicalità del loro gesto mette in risalto la preziosità del bene trovato, un bene che non può essere paragonato a null’altro e per il quale vale la pena giocarsi la vita. Vengono in mente le parole di san Paolo il quale, “di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3,8), reputa tutto una perdita, o meglio, una spazzatura. Il vendere tutto da parte del contadino e del mercante non mette unicamente in risalto la preziosità e unicità dell’oggetto trovato, ma evidenzia anche l’importanza del non trattenere nulla per sé.  Anania e Saffira avevano deciso di vendere un terreno di propria volontà, senza essere stati obbligati da nessuno; non ebbero però il coraggio di “lasciar andare”, trattenendo per sé parte del ricavato invece di offrirlo alla Chiesa (cf At 5,1-11). Il Regno, invece, domanda fiducia, perché offre ben più di una sicurezza economica. Non si tratta, infatti, di uno scambio di beni, ma di affidarsi a Colui che ha promesso il centuplo a coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo. Di conseguenza, la vendita non può essere vissuta come un sacrificio o una privazione; la parabola lo evidenzia in modo chiaro quando dice che il contadino va a vendere tutti i suoi averi “pieno di gioia”. 

La parabola della rete può essere letta da prospettive diverse, che ripresentano i temi già affrontati. Come nel racconto del grano e della zizzania, la rete raccoglie ogni genere di pesce, senza distinzione tra buoni e cattivi. Essa è simile al campo, in cui crescono insieme il grano e l’infestante. Il discepolo è, di conseguenza, invitato a superare l’euforia iniziale, a cui seguirà necessariamente la delusione. L’accoglienza incondizionata sarà causa di fatiche e fallimenti, ma nessuno può essere escluso dall’annuncio della Parola e dall’appartenenza al Regno. Se è vero, tuttavia, che esso è gratuitamente offerto e non viene fatta nessuna discriminazione, è altrettanto vero che ogni membro è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Dio non punisce, ma accoglie; egli, però, non è indifferente al male. La parabola mette, quindi, in guardia rispetto alla possibilità di confondere la misericordia divina con la permissività, che accetta acriticamente ogni tipo di comportamento. La certezza di un giudizio futuro diventa così monito e invito alla ricerca del bene nel presente.