XII domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Più volte risuona nel Vangelo odierno l’invito a non avere paura, un invito che attraversa tutta la Scrittura. La frequenza con cui esso è ripetuto non deve stupire: la paura, infatti, caratterizza l’uomo nella sua vulnerabilità e nasce nel momento in cui si spezza il legame di fiducia con Dio. Non a caso, le prime parole di Adamo dopo la caduta sono state: “Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3,10). Il Figlio di Dio, che si è incarnato per ripristinare l’antico rapporto, necessariamente invita l’uomo a vivere atteggiamenti di totale confidenza in Colui che non è solo suo, ma anche nostro padre. Il brano odierno fa parte del discorso missionario che Gesù rivolge ai Dodici, chiamati per la prima volta ad annunciare il Regno di Dio. Qui l’invito a non avere paura è ripetuto per ben tre volte ed è accompagnato dalla descrizione di una situazione in cui l’apostolo potrebbe venire a trovarsi, e che rischierebbe di indurlo a indietreggiare dall’impegno di annunciare la Parola. La prima indicazione riguarda le modalità di tale annuncio: se, fino a quel momento, la predicazione di Gesù era avvenuta in modo quasi nascosto e senza fare troppo scalpore, nelle “tenebre” del piccolo gruppo degli apostoli, ora il suo messaggio dovrà essere annunciato “dalle terrazze”, ossia a tutti e pubblicamente. Di conseguenza, i discepoli dovranno superare il timore di esporsi e non lasciarsi condizionare dal bisogno spasmodico di tutelare la propria immagine, tipico dell’uomo contemporaneo. Il secondo invito mette implicitamente in luce il più grande limite della nostra creaturalità: l’angoscia rispetto alla possibilità di perdere la vita fisica. Gesù evidenzia che sarebbe un grave errore considerare come “vita” la semplice sopravvivenza biologica. Dentro di noi, infatti, è presente una tensione verso qualcosa che supera il mero sopravvivere, una tensione verso il bello e il bene, ed è proprio questo che ci rende pienamente vivi. Per proteggere questa dimensione alta della nostra esistenza e fare in modo che la vita sia veramente tale, e non uno squallido “tirare avanti”, dobbiamo essere disposti a tutto, anche ad accogliere la morte. Questa libertà interiore, che arriva al punto di non aggrapparsi all’esistenza per difenderla a ogni costo, non è raggiungibile dal singolo individuo con le sue sole forze; essa, infatti, può essere vissuta solo all’interno di un rapporto di fiducia totale, in cui si riconosce all’altro la disponibilità a considerare come preziosa e insostituibile la nostra persona. Ciò può realizzarsi pienamente solo all’interno di una relazione con Colui che consideriamo Padre e di cui ci sentiamo figli. Là dove si vive la certezza che il suo volere coincide sempre con il nostro bene, si supera ogni paura. Forse non sempre tutto è chiaro, talvolta i drammi dell’esistenza ci interpellano angosciosamente. La fiducia, tuttavia, ci induce a sperare in quel Padre attento perfino ai piccoli dettagli della nostra esistenza – anche quelli che noi non conosciamo, come il numero dei capelli del nostro capo – e a credere che egli non faccia altro che continuamente generarci alla vita.