XI domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Il quadro iniziale proposto dall’evangelista Matteo non si discosta molto dalla situazione attuale. Al di là delle apparenze, le persone si dichiarano stanche e sfinite; soprattutto, scarseggiano le figure significative a cui fare riferimento per non vivere di illusioni e trovare, invece, un senso all’esistenza personale. Di fronte a questa realtà, la reazione immediata di Gesù non consiste nella ricerca di una soluzione, che verrà dopo. In primo luogo, vi è il sentire, ovvero la sua profonda compassione nei nostri confronti: quella del pastore venuto a dare la vita per il suo gregge, del padre per il figlio, del fratello per il fratello. D’altronde sarà lui stesso, qualche pagina dopo e sempre nel Vangelo di Matteo, a offrire il suo ristoro a coloro che sono “stanchi e oppressi” (Mt 11,28). Improvvisamente, però, lo sguardo di Gesù sembra trasformarsi: quello che un istante prima appariva come un gregge senza pastore, ora si mostra ai suoi occhi come una messe abbondante. L’invito a pregare rivolto ai discepoli fa supporre che prima di tutti sia stato lui a rivolgersi al Padre e che la trasfigurazione del suo sguardo, aperto alla speranza, sia avvenuta in un istante di intensa comunione con Lui. Ora davanti a Gesù è presente l’immenso campo dove Dio ha seminato il buon seme, che necessita di operai capaci di far maturare la messe abbondante dei figli di Dio. È per tale motivo che Gesù chiama a sé i dodici e conferisce loro il potere di curare il corpo e lo spirito. Nessun altro scopo abita il suo cuore: egli è venuto al mondo per “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10) e ora già intravede il momento del raccolto, il giudizio finale in cui “raccoglierà il suo frumento nel granaio” (Mt 3,12). Dodici sono i chiamati, proprio come le tribù di Israele; di ognuno di loro viene indicato il nome, forse per evidenziare il rapporto di intima familiarità che Gesù ha con ciascuno. Il lettore – che già conosce il seguito della narrazione e la fragilità dei componenti del gruppo, il cui elenco è racchiuso tra colui che ha rinnegato il Signore e colui che l’ha tradito – può sentirsi sostenuto e incoraggiato dalla scelta che Gesù fa dei suoi. Egli non cerca il discepolo speciale e perfetto, ma si fida di chi è disposto a seguirlo e a condividere la vita con lui. Nello stesso tempo invita a pregare affinché alla sua sequela ci siano veri operai: gente che non vive il discepolato come mezzo di autoaffermazione, ma come occasione di dono di sé per la crescita del Regno di Dio. Prima di inviarli, egli li istruisce e poi li manda innanzitutto alle “pecore perdute della casa di Israele”, ovvero a quel popolo di Dio, stanco e oppresso, a cui, come abbiamo visto, poco dopo si offrirà come ristoro. La missione universale si realizzerà più tardi, dopo la sua risurrezione, quando Gesù inviterà i suoi a fare “discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). Il contenuto dell’annuncio è la venuta del Regno di Dio, dove tutti ci scopriremo fratelli e figli di un unico Padre. Esso è attestato da azioni che confermano la bontà di un Dio che guarisce, risuscita, sana e vince il male con il bene, attraverso questi uomini che si sono affidati a suo Figlio. Consapevoli del dono ricevuto, essi sono chiamati a restituirlo a chi ne è privo, in un reciproco scambio d’amore.