VI domenica di Pasqua

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Il brano odierno si apre e si conclude con un parallelismo in cui l’amore per Gesù e l’osservanza dei comandamenti vengono associati; subito dopo, segue un’affermazione che descrive un’azione del Padre. È, infatti, un’esigenza dell’amore mettere in pratica quanto l’altro propone e aderire con tutto sé stessi ai suoi desideri. Gesù lo ha mostrato in ogni momento della sua vita rispetto alla volontà del Padre: quanto aveva affermato a dodici anni in merito al doversi occupare “delle cose del Padre mio” (Lc 2,49b), lo ha realizzato pienamente nell’Orto degli Ulivi e sulla croce. Ora egli invita anche i suoi – e, con essi, ognuno di noi – a entrare in questo dinamismo che unisce amore e accoglienza dei comandamenti. Un’accoglienza che non esige lo scrupoloso mettere in pratica una serie di regole, bensì la disponibilità del cuore all’amore e alla fiducia. Teresa di Lisieux lo aveva compreso perfettamente quando affermava che Gesù non chiede grandi opere, ma solo gratitudine e abbandono: quella fiducia profonda che sta alla base dell’amore e, di conseguenza, induce ad agire secondo i desideri della persona amata. Come già accennato, al binomio amore-osservanza segue un’azione del Padre. All’inizio del brano, questa consiste nell’invio del Paraclito, un termine per noi insolito che indica lo Spirito Santo. Paraclito significa “colui che è chiamato accanto”: una sorta di avvocato difensore o un personaggio dalla reputazione inconfutabile che, mettendosi silenziosamente al fianco dell’accusato, confonde i suoi detrattori. Di questo misterioso personaggio parla solo Giovanni e in diversi brani del suo Vangelo ne chiarisce il ruolo e la funzione. Nel testo odierno suo compito è “rimanere con noi per sempre”. È commovente questo desiderio di Gesù il quale, mentre si prepara a lasciare i suoi, si rivolge al Padre esprimendo una preoccupazione: egli non vuole lasciare il vuoto dietro di sé e, per questo motivo, domanda al Padre il dono di una Presenza che ci protegga e ci tuteli. Queste sue parole sono, per noi che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo fin dal battesimo, un invito a diventare sempre più consapevoli di questa Presenza, permettendole di rimanere in noi e orientare il nostro agire. Ciò comporta il non lasciar prevalere quelle spinte egocentriche e autoreferenziali tipiche del “mondo”, incapace di vederlo e conoscerlo. Al contrario, lo Spirito è in noi colui che fa la verità, perché riflette il modo di essere di Gesù, che ha definito sé stesso la Verità, e sa discernere tra quanto appartiene al mondo di Dio e ciò che gli si oppone. Emerge qui nuovamente la preoccupazione di Gesù per il suo ritorno al Padre, che lo spinge a promettere ai suoi: “Non vi lascerò orfani”. I discepoli sperimenteranno presto come ciò avverrà: nel momento della Risurrezione, quello in cui Gesù – come anticipato in questo testo – viene dai suoi. L’evangelista Giovanni è l’unico che usa il verbo “venire” in riferimento alla risurrezione: lo utilizzerà quando descriverà la sera in cui entrerà nel cenacolo a porte chiuse (Gv 20,19) e quando si manifesterà a Tommaso (cf Gv 20,24). Questa sua venuta non è senza conseguenze per i suoi; quel vuoto che essi temono sarà colmato dalla partecipazione a quella vita piena che egli, attraversando la morte, ha ricevuto dal Padre: la comunione d’amore tra le due Persone, che ora anche i suoi possono condividere.