V domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Per ben due volte nel Vangelo odierno Gesù ripete ai suoi: “Voi siete”. È un’espressione che aiuta a definire la propria identità e ad affrontare una delle domande fondamentali che dobbiamo porci nella vita: “Chi sono?”. Un interrogativo a cui possiamo rispondere solo all’interno di una relazione; non esiste, infatti, un io senza un tu che lo preceda. Soltanto nell’orizzonte di un rapporto dove l’altro – attraverso l’insegnamento, gli stimoli, la cura – ci umanizza, possiamo diventare noi stessi e affermare “Io sono”. Così è per il discepolo; tralcio innestato nella vite (cf Gv 15,1), egli riceve la propria identità dalla linfa che scorre dentro di lui. Egli può diventare “sale” perché Gesù condivide con lui la sua sapienza, e può illuminare la propria casa solo se colui che è “la luce del mondo” (Gv 8,12) gli comunica la sua stessa luce. Si chiarisce così l’apparente contraddizione tra due brani, entrambi tratti dal Discorso della Montagna: quello odierno, in cui il Signore esorta: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone” e un altro testo, sempre attribuito a Gesù, dove egli ammonisce i suoi: “Guardatevi dal praticare le vostre opere davanti agli uomini” (Mt 6,1). Il contrasto si dissolve immediatamente se ricordiamo che il discepolo non è chiamato a testimoniare sé stesso – la propria luce o le proprie opere buone – ma a dimostrare con la vita quanto il Signore ha operato per lui. Attraverso le sue opere buone, che non sono finalizzate a ricevere l’ammirazione degli uomini (cf Mt 6,1), questi– come suggerisce il Vangelo odierno – si sentiranno spinti a rendere gloria a Dio, colui da cui esse traggono origine. Il discepolo, quindi, può diventare “sale della terra” poiché dal Signore ha attinto la sapienza, e può pensarsi come “luce del mondo” perché quest’ultima gli è stata comunicata da colui che è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Essere sale e luce: due funzioni che ci interpellano. Nell’antichità il sale veniva utilizzato per conservare i cibi, come merce di scambio o medicinale, ma il suo scopo principale è sempre stato quello di dare sapore al cibo. Allo stesso modo, quindi, il cristiano dovrebbe, ancor prima di compiere delle opere, essere il testimone di una vita saporita, gustosa, attraente, sulla scia del Salmo 34 che esorta: “Gustate e vedete com’è buono il Signore” (Sl 34,9). Il suo amore verso di noi trasforma la nostra vita: non più un grigio susseguirsi di giorni faticosi, ma una realtà attraente che, pur se attraversata dalla fatica e dal dolore, merita pienamente di essere vissuta. La luce, invece, è ciò che orienta, illumina e dona senso; l’esistenza del cristiano è così trasfigurata dalla presenza del Signore. Di conseguenza, egli può superare l’impressione di insignificanza e disorientamento e guardare sé stesso, gli altri e la realtà intera in modo completamente nuovo, perché illuminato dall’amore di Dio. Quando, invece, il cristiano smette di pensare la propria vita in riferimento alla persona di Cristo, questa inaridisce, diventando scialba, rigida, noiosa: quel “tran tran” a cui spesso malinconicamente si fa riferimento. Soltanto il ritorno a colui che è venuto a portarci la vita in abbondanza (cf Gv 10,10) può salvarci da questo drammatico impoverimento e ridonare senso, dinamicità e sapore alla nostra esistenza.