Terza domenica d’Avvento
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Il Battista, protagonista del Vangelo di domenica scorsa insieme a Gesù, definito come “colui che deve venire”, oggi ci è presentato non più nel deserto ma in carcere. Matteo ricorda che è stato il tetrarca Erode a farlo arrestare a causa delle accuse e delle critiche che Giovanni gli rivolgeva rispetto al suo legame con Erodiade, moglie di suo fratello (cf Mt 14,3 ss). Se immaginiamo un prigioniero, un uomo la cui vita è in balia della volontà del suo accusatore – e l’evangelista evidenzia il fatto che Erode “voleva farlo morire” (Mt 14,5) – pensiamo a qualcuno angosciato all’idea dell’approssimarsi della sua fine; non è questo, tuttavia, il problema che assilla Giovanni Battista. Egli sembra invece abitato da un altro tipo di domanda, che non riguarda il possibile approssimarsi della morte, ma la persona di Gesù e, di conseguenza, il senso di tutta la sua esistenza: della sua attesa, del suo stile di vita e della sua predicazione. Con il suo non curarsi del cibo, dell’abito e nemmeno del possibile effetto delle sue parole, coraggiose ma taglienti, Giovanni – come abbiamo notato domenica scorsa – aveva dimostrato un grande distacco da sé; esso raggiunge oggi il suo apice in questo prevalere delle domande sul senso della sua esistenza rispetto al valore dell’esistenza stessa. “Sei tu colui che deve venire?” non esprime, quindi, una pura curiosità, ma il dubbio angoscioso di aver sprecato la vita annunciando l’imminenza di un regno in realtà ancora lontano. Da dove hanno origine la perplessità e l’interrogarsi del Battista? Evidentemente egli attendeva un messia corrispondente all’immagine che di lui si era creato: un uomo forte e severo, pronto a tagliare e gettare nel fuoco ogni albero che non dà buon frutto (cf Mt 3,10); le notizie che lo raggiungono in carcere, tuttavia, non corrispondono al ritratto che egli si era formato, ed ecco la domanda: “Sei tu colui che deve venire…?”, domanda angosciosa che mette in questione tutto il suo operato. La risposta di Gesù è estremamente consolante. Egli non si scandalizza dei dubbi di Giovanni, forse anche perché consapevole del mistero della sua persona. Il Battista è un uomo austero, coerente con i suoi principi, qualcuno che oggi definiremmo “tutto d’un pezzo” e forse anche il messia da lui atteso gli assomiglia. La personalità di Gesù è invece ben più complessa, poiché in lui il divino dà forma all’umano e per tale motivo ci stupisce e ci confonde. La risposta che egli invia al cugino si basa su una fonte sicura, che non può essere messa in questione ed elimina ogni incertezza: la parola del profeta. Egli invita infatti i discepoli di Giovanni a riferirgli quanto vedono e odono, vale a dire le conseguenze del suo operare, che corrispondono a quanto Isaia aveva predetto, come ascolteremo oggi nella prima lettura. Nonostante le conferme della Parola, Gesù sa che il suo modo di essere è tanto distante dai nostri schemi mentali così angusti e comprende come si possa dubitare di lui o percepirlo come una pietra d’inciampo per la propria fede. Per questa ragione non si dimostra ferito dai dubbi del Battista. La sua risposta ci insegna allora quanto sia importante non arroccarci sulle nostre piccole certezze, ma interrogarci e far fiducia alla Scrittura. Questo permetterà l’accesso a quel regno dei cieli dove si può entrare solo se ci si fa piccoli, alla sequela di colui che per amore ha rinunciato alla sua grandezza per farsi a sua volta piccolo per noi.