Seconda domenica di Avvento

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Il brano che la liturgia di questa seconda domenica d’Avvento ci propone orienta il nostro sguardo verso la figura di Giovanni Battista, che lentamente sfuma per lasciare il posto a un altro personaggio; di lui non conosciamo il nome, ma ciò che viene messo in evidenza è la sua superiorità. Giovanni predica nel deserto e le persone accorrono a lui per farsi battezzare. In un contesto ecclesiale come il nostro, non totalmente privo ma indubbiamente carente di figure significative – dove sono le Teresa di Calcutta e i frère Roger della seconda metà del secolo scorso? – siamo invitati a domandarci da dove promana il fascino del Battista. Matteo evidenzia in primo luogo la sua coerenza di vita; il cibo rappresenta la possibile ricerca di soddisfazione, il volersi riempire, mentre l’abito richiama la cura della propria immagine. L’estrema sobrietà in entrambi gli ambiti mette in risalto la solidità di Giovanni e lo rende credibile. Egli sprona alla conversione anche con parole taglienti; non si dimostra preoccupato dei possibili effetti della sua predicazione, a causa della quale più tardi egli sarà imprigionato e ucciso (cf Mt 14,1ss), ma dell’accoglienza del Regno che sta per venire. Che cosa lo rende certo della sua imminenza? Giovanni è precursore e profeta, è colui che, ancora nel grembo della madre, ha riconosciuto la presenza di Gesù e ha sussultato di gioia (cf Lc 1,44); ora lo annuncia e prepara gli animi ad accoglierlo con un battesimo di conversione. Il suo linguaggio è tagliente: egli non teme né di apostrofare i farisei e i sadducei chiamandoli “razza di vipere”, né di mettere in questione le loro rassicuranti illusioni, evidenziando come una semplice appartenenza religiosa – avere come padre Abramo – non è garanzia di salvezza. Ora che la venuta del Regno si avvicina il criterio del giudizio sarà un altro: non il far parte di un popolo eletto, ma il produrre frutti buoni secondo una Legge che, come dirà Gesù, si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo (Mt 22,35-40). Infine, il brano presenta in modo più esplicito la figura di “colui che viene”; Matteo mette a confronto due tipi di battesimo ed evidenzia l’inferiorità del Battista rispetto all’altro personaggio, che tutti sappiamo essere Gesù. È un tratto tipico di Giovanni la sottolineatura della superiorità del cugino; in un altro testo, infatti, dirà che “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30) ed è proprio questa sua umiltà che lo rende grande. Il paragone permette così di introdurre il lettore nella conoscenza della persona di Gesù e nella comprensione del suo battesimo; esso, infatti, non sarà orientato semplicemente alla conversione dei peccati, ma comporterà un’immersione in “Spirito santo e fuoco”. Tale differenza è di carattere qualitativo: l’acqua, infatti, è un elemento naturale, che pulisce e purifica; questo tipo di rito non è particolarità unica del mondo ebraico, ma è praticato in molte altre religioni. Il battesimo in Spirito santo e fuoco costituisce invece una novità assoluta. Non si tratta, infatti, di essere semplicemente purificati, ma di lasciar agire in noi lo Spirito d’amore il quale, in base alla nostra disponibilità, ha il potere di renderci figli nel Figlio.