Quarta domenica d’Avvento
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Si parla di sogni nel Vangelo che oggi la liturgia ci propone; alcuni, pur non venendo esplicitamente citati, sono comunque evidenti. Si tratta dei sogni infranti di Giuseppe, a cui Maria riferisce il mistero umanamente inspiegabile e tuttavia reale, che ha trasformato non solo il suo grembo, ma anche tutta la sua vita e quella di colui a cui era stata promessa. Dopo averci presentato la notizia di questa nascita straordinaria, che l’intervento di Dio fa apparire come una nuova creazione, Matteo ci presenta concisamente la reazione di Giuseppe, il quale, non volendo “accusarla pubblicamente, pensò di licenziarla in segreto”. Si tratta di poche righe che sottendono i dubbi, lo sconcerto, gli interrogativi, la delusione e tutti gli altri possibili stati d’animo presenti nel cuore di quest’uomo che vede improvvisamente crollare tutti i suoi sogni. Emozioni che, tuttavia, non condizionano l’agire di Giuseppe, la cui decisione non è conseguenza della sua sensibilità ferita ma di riflessione, di empatia, di squisita attenzione nei confronti della Vergine. Se Maria, infatti, ha lasciato spazio in tutta sé stessa perché il Figlio di Dio potesse annidarsi nel suo grembo, Giuseppe ha manifestato un’analoga disponibilità rispetto al suo mondo interiore. La sua decisione, appunto, è il frutto di riflessione, di discernimento, di elaborazione personale, tutti atteggiamenti che gli permettono, da uomo giusto, di trasfigurare una possibile ferita in una scelta che lo induce a mettersi da parte per lasciare spazio all’opera di Dio. In questo nostro contesto sociale, nel quale siamo invitati a non reprimere le emozioni e a “tirar fuori” il proprio vissuto senza preoccuparci dei possibili effetti sull’altro, lo sposo di Maria ci insegna l’importanza di custodire uno spazio interiore, una sorta di laboratorio intimo dove riflettere e valutare il nostro sentire; solo così le nostre azioni saranno pienamente umane, perché guidate non solo dall’impulsività e dall’egocentrismo, ma dalla vera ricerca del bene. Non solo questo, però, ci insegna Giuseppe nel brano odierno; egli si presenta qui come maestro di fiducia: che immensa capacità di credere all’altro – alle parole di Maria e, nello stesso tempo, alla sorprendente e straordinaria azione di Dio – ha dimostrato quest’uomo giusto, decidendo di tutelare la Vergine e, a sua volta, di mettersi da parte! Ed ecco che a questo abbandono così totale Dio risponde attraverso le parole dell’angelo che lo conferma, gli svela il mistero e gli comunica quale sarà il suo ruolo, proprio a lui che aveva deciso di scomparire. Sempre il Signore opera così: chiede a noi il passo della fede, dell’abbandono senza condizioni, per poi confermarci, sostenerci e rassicurarci. D’ora in poi Giuseppe, obbediente all’ordine dell’angelo, assumerà pienamente il suo compito, incominciando col prendere con sé la sua sposa. Un compito che continuerà a condurlo sulla via della dimenticanza di sé. Da quel momento, infatti, Maria apparterrà solo a Dio, e lui darà al bambino che nascerà un nome comunicato dall’angelo ma non scelto personalmente. In questo diminuire, però, egli sperimenterà la dolce vicinanza della sua sposa e la gioia indicibile di sentirsi chiamare padre – e forse, più teneramente “abbà”, “papà” – da colui che egli non ha generato ma che sa essere il Figlio di Dio.