Ascensione del Signore

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Nel racconto della Risurrezione in Matteo per ben due volte viene detto alle donne di andare dai fratelli per dire loro di recarsi in Galilea, dove lo avrebbero visto. Il brano odierno non presenta l’ultimo incontro con i discepoli come negli Atti degli Apostoli, dove il Signore è elevato al cielo. Matteo usa un linguaggio diverso per descrivere questa sfaccettatura del mistero pasquale, evidenziando una diversa modalità di rapporto tra Gesù e i suoi. Egli aveva dato loro appuntamento sul monte, dove essi si ritrovano e si prostrano davanti a lui. Non è la prima volta in cui essi compiono questo gesto: lo avevano già fatto quando Gesù si era presentato loro camminando sulle acque ed essi avevano riconosciuto in lui il Figlio di Dio. Ora hanno davanti a sé il Risorto e tale consapevolezza li spinge a compiere un atto di adorazione. Davanti a loro, infatti, non c’è qualcuno che ha sperimentato la morte per poi doverla affrontare di nuovo, come Lazzaro. Egli, invece, l’ha attraversata e vinta definitivamente; essa “non ha più potere su di lui” (Rm 6,9). Di fronte a tale mistero i discepoli provano stupore, ammirazione e profondo rispetto. “Essi però dubitano”, evidenziando l’instabilità del cuore umano e quella fatica a fidarsi ciecamente che Gesù aveva sovente rimproverato loro; è la paura, che spesso anche noi sperimentiamo, di fronte a una realtà talmente bella da farci dubitare che sia vera. Gesù compie allora il primo passo e si avvicina, quasi a voler colmare con questo gesto la distanza che il dubbio aveva creato. Le parole che seguono: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”, non devono essere interpretate come un’esibizione di potenza, ma rappresentano al contempo una rivelazione della realtà del Risorto e una rassicurazione per chi esita e fa fatica a fidarsi. Il soggetto sottinteso, seguito dal verbo al passivo, chiarisce chi sia il donatore: il Padre, il quale ha risposto all’obbedienza assoluta e incondizionata del Figlio conferendogli una signoria che si estende nel cielo e sulla terra. Essa non è l’esercizio di quel potere a cui noi uomini aspiriamo per supplire alle nostre fragilità, ma vittoria sul male e sulla morte; è forza d’amore desiderosa di comunicarsi a noi. E poiché il donarsi è un’esigenza dell’amore, Gesù dice ai suoi: “Andate”. Egli non ha bisogno di noi, ma desidera coinvolgerci facendoci sperimentare quella tensione verso l’altro e quell’urgenza del dono che sono caratteristiche proprie dell’amore. Poiché, inoltre, esso non conosce confini, non può che orientarsi verso “tutti i popoli”. A essi è affidato il compito di battezzare, per permettere a ogni uomo di scoprire la propria identità più profonda di figlio di Dio, e quello di insegnare: solo la frequentazione della Parola di Dio, infatti, consente a quel germe di vita nuova di crescere e fruttificare. La missione che il Signore affida ai suoi può sembrare impossibile o troppo gravosa per il cuore incerto dei discepoli; tuttavia, una cosa sola può rassicurarli: essi, che hanno conosciuto l’intimità della sua amicizia, hanno bisogno di sperimentare ancora la sua presenza rassicurante e duratura. Ed è proprio questo che Gesù promette loro. Se domenica scorsa lo abbiamo sentito dire ai suoi: “Non vi lascerò orfani”, ora Matteo, che già nel racconto dell’annunciazione a Giuseppe aveva presentato il figlio come l’Emmanuele, il Dio con noi, riconferma questa costante presenza del Signore accanto a noi, che ci pacifica, incoraggia e rincuora.