La solennità di Pentecoste

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Uno dei peggiori nemici dell’uomo è la paura, a cui normalmente si accompagnano due atteggiamenti opposti ma ugualmente difensivi: o l’attacco all’oggetto che ci spaventa o il nascondersi per proteggersi. Adamo aveva scelto questo secondo modo, nell’illusione di sfuggire allo sguardo di Dio subito dopo il peccato originale. Nella stessa maniera reagiscono i discepoli, richiudendosi nel cenacolo per paura dei Giudei. Di fronte al loro timore e all’incapacità di credere a quella risurrezione che era stata loro più volte predetta, l’agire di Gesù manifesta una forza che ha il potere di rassicurare e trasformare. Le tre azioni successive al suo ingresso nel cenacolo contengono qualcosa degli atteggiamenti tipici di Dio nei confronti dell’uomo. Egli “venne”: così come era venuto al momento dell’Incarnazione, ora il Risorto supera ogni barriera per andare incontro ai suoi, spaventati e dubbiosi. L’iniziativa è sempre di Dio: egli è il Pastore venuto per dare la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10). Il suo stesso modo di essere, infatti, si esprime nel dinamismo dell’amore, un costante uscire da sé per raggiungere l’altro e donarsi a lui. Egli “stette” in mezzo a loro, a indicare la stabilità e la solidità di una presenza capace di attraversare la morte e vincerla. La terza azione consiste nel dono della pace, che non è una semplice assenza di preoccupazione e il raggiungimento di uno stato di calma e tranquillità. Per i discepoli quel saluto fu segno di riconciliazione, del perdono offerto da Gesù a coloro che lo avevano abbandonato; essa è però anche dono divino per tutti noi, frutto della vittoria su quanto ci inquieta e impaurisce maggiormente: la morte. Il Signore si fa poi riconoscere come il Crocifisso-Risorto mostrando i segni della sua passione; da questo gesto, oltre che dal suo saluto, irrompe la gioia nel cuore dei discepoli, ma anche in tutti noi. Come è possibile, infatti, non rallegrarsi di fronte alla consapevolezza che la sofferenza e la morte non costituiscono più l’ultima parola della nostra esistenza e che quella vita abbondante, promessa da Gesù, ci è davvero donata? Quella vita – la vita di Dio che è lo Spirito Santo – il Signore l’ha offerta ai suoi al momento della morte (cf Gv 19,30) e ora essa viene di nuovo effusa sui discepoli insieme ai suoi doni: la gioia e la pace. Al riconoscimento segue l’invio dei discepoli, chiamati a continuare la sua missione, e l’effusione dello Spirito Santo. Il verbo utilizzato è lo stesso del libro della Genesi, quando Dio soffia nelle narici dell’uomo “un alito di vita” (Gen 2,7). Dopo la Pasqua, questo soffio acquista un significato e una pienezza inauditi, perché la vita comunicata è la stessa di Gesù. Essa si rivela più forte dei nostri peccati – che i discepoli ora hanno il potere di perdonare – ed è vittoria su quella paura che un autore definisce “sovrana nel mondo vecchio dei figli di Adamo, ma signora spodestata dallo Spirito del Risorto”. Da quel soffio, tuttavia, riceviamo ancora di più. Otteniamo, infatti, un dono straordinario che raramente consideriamo, pur essendoci offerto: quello da cui derivano, in base a quanto scrive san Basilio, “l’unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime di ogni altra, la possibilità di divenire Dio”.