La solennità di Cristo Re
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Gesù è in croce e lo sguardo degli astanti si posa su di lui: la gente sta a vedere, come se preferisse sospendere il giudizio su quel momento drammatico; i capi, i soldati e perfino uno dei malfattori, appeso in croce accanto a lui, vedono e deridono. La morte, anche quella dell’altro, è la realtà che maggiormente ci inquieta, poiché sappiamo che anche noi non potremo sfuggirle. Per tale motivo reagiamo difendendoci o con la derisione o con l’indifferenza, due modalità illusorie di proteggerci da quanto ci fa paura. Si tratta di un espediente che accomuna gli uomini di ogni tempo: anche attualmente, infatti, accade spesso che gli spettatori di un grave incidente o di una rissa, invece di intervenire e soccorrere, si limitino a riprendere la situazione per realizzare un video sconvolgente, da postare sui social per suscitare l’attenzione di un vasto pubblico. La morte ci angoscia ed è proprio per tale motivo che in questo brano Gesù si rivela “Re”: perché, anche se in modo diametralmente diverso rispetto a quanto noi potremmo attenderci, egli domina su tutto, anche su questo nostro maggiore nemico. Egli è re innanzitutto perché non soccombe alla tentazione di salvarsi da solo. Il verbo “salvare”, ripetuto numerose volte, è qui posto sulla bocca dei presenti come una sfida e una provocazione, come un invito a manifestare un potere secondo parametri prettamente umani. Forse sarà stato presente anche nel cuore di Gesù come legittima domanda: perché quello spreco di vita da parte di un Dio fatto uomo a favore di un mondo che non solo non lo aveva compreso, ma ora stava anche uccidendolo? Se all’inizio del suo ministero il diavolo lo aveva ritenuto in grado di salvarsi gettandosi dal punto più alto del tempio (cf Lc 4,9ss), non avrebbe ora potuto ottenere lo stesso risultato scendendo dalla croce? Quel re, tuttavia, si sarebbe manifestato completamente diverso rispetto a tutto ciò che Gesù aveva sempre predicato e vissuto. Per tale motivo egli decide di attraversare la morte, invece di fuggirla. Attraversarla per rivelare fino a che punto giunge il suo amore, un amore che, per essere veramente tale, deve rimanere fedele a sé stesso e scegliere di donarsi invece di autoproteggersi. Ed è forse proprio questa bontà misericordiosa quanto ha letto sul volto del Cristo e nelle sue parole l’altro malfattore, colui che tradizionalmente chiamiamo il “buon ladrone”. Egli lo aveva sentito implorare il Padre chiedendogli di perdonare i suoi uccisori (Lc 23,34) e ora lo vede resistere allo scherno e alle provocazioni di tutti. Il modo in cui Gesù sta morendo diventa per lui occasione per ripensare a tutta la sua vita e scoprirsi meritevole di condanna. La verità su sé stesso gli permette, allora, di rendersi conto, in modo lucido e profondo, di chi è colui che gli sta vicino: “egli non ha fatto nulla di male”. La sua trasformazione interiore, però, non si ferma qui: con uno slancio di fiducia egli domanda a Gesù di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno. Quest’uomo ha davvero penetrato il mistero del Figlio di Dio, ha compreso che egli è veramente re, ma in un modo totalmente diverso rispetto alla regalità umana: essa, infatti, non è nient’altro che un superficiale esercizio di potere, mentre il regno di Dio si riflette sul viso di quel crocifisso come misericordia, bontà, pace.