IV domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. L’inizio di questa pericope è insolito: siamo infatti abituati a immaginare Gesù immerso tra la folla che si accalca intorno a lui per ascoltarlo, toccarlo o invocare una guarigione. Qui, invece, egli vede la moltitudine e se ne distanzia: ha un messaggio da comunicare, ma lo riserva inizialmente ai soli discepoli. Più tardi, sempre all’interno del Discorso della Montagna, leggeremo: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci” (Mt 7,6). Per il mondo ebraico “cani” e “porci” indicavano i pagani; tale affermazione, che alle nostre orecchie suona sgradevole, sottolinea in realtà l’importanza di un accostamento prudente e consapevole al mistero. È esattamente ciò che fa Gesù quando si sottrae alla folla per lasciarsi avvicinare dai suoi. Mentre quella moltitudine di gente è mossa da motivazioni eterogenee — dall’utilitarismo alla ricerca sincera — i “suoi” sono coloro che, come visto domenica scorsa, hanno “lasciato tutto” per seguirlo. Nonostante le defezioni e le fragilità future, il loro cuore è pronto ad accogliere il grande annuncio che Gesù desidera comunicare. Il posto in cui questo avviene è la montagna, spazio teologico che richiama quanto accaduto sul Sinai. Se là Dio era sceso per consegnare a Mosè le tavole dell’Alleanza, qui Gesù siede come Maestro e Signore che porta a compimento quella promessa. Le beatitudini, dunque, possono essere lette come l’annuncio di un compimento; non, in primo luogo, un codice di comportamento o la “Magna Charta” del cristiano — come spesso si sente dire — ma la proclamazione della realizzazione di una promessa. All’origine di ogni beatitudine c’è la persona di Gesù, la sua presenza fra noi. È lui la sorgente della felicità, colui che dischiude all’uomo l’accesso al Regno, è lui che consola e apre i nostri occhi affinché possiamo scorgere il volto di Dio. Grazie a lui la nostra fame di giustizia sarà saziata, la misericordia ci verrà donata e in lui ritroveremo la nostra identità più vera, quella di figli di Dio. Se leggessimo il Vangelo chiedendoci se queste parole si siano realizzate in Gesù, la risposta sarebbe un “sì” assoluto. La nostra possibilità di felicità su questa terra scaturisce dalla sua presenza e dal suo amore che ci dona la vita. Naturalmente una vita donata può crescere e fruttificare solo se trova un terreno disposto ad accoglierla. Ecco allora il motivo del lungo elenco di categorie di persone a cui sono destinate le beatitudini: non si tratta anzitutto di condizioni a cui possiamo avere accesso rispondendo a un dovere morale; sono piuttosto modi di essere che esprimono una consonanza con lo stile di vita di Gesù, simili a spazi aperti in cui la parola e l’azione di Dio possono penetrare per trasformare la persona e introdurla, già qui su questa terra, nel cielo di Dio, il luogo per eccellenza della beatitudine.