III domenica di Quaresima

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Romano il Melode, un autore cristiano del VI secolo, scrisse a proposito della Samaritana che il Vangelo ci presenta in questa terza domenica di Quaresima: “Abituata ad attingere alla vita come una spugna, uscì portando la sua brocca e ritornò portando Dio”. L’immagine della spugna non si addice solo a questa donna, ma esprime in modo sintetico e profondo l’atteggiamento dell’essere umano nei confronti dell’esistenza. Eva, che nel giardino dell’Eden vede la bontà, la bellezza e l’utilità del frutto, lo prende e ne mangia (cf Gen 3,6), è il prototipo di questo modo di approcciarsi alla vita: afferrare quanto essa offre, illudendosi di poter così saziare i nostri desideri più intensi. Nello stesso modo la donna di Samaria spera di appagare la sua sete più profonda – sete non di acqua, ma di amore – passando da un uomo all’altro. Questo atteggiamento captativo e accaparrante caratterizza il modo di stare al mondo del bambino nella prima infanzia; tuttavia, esso persiste, almeno in parte, anche nell’età adulta. I sei uomini presenti nella vita della protagonista di questo Vangelo mostrano quanto profonda sia in noi l’illusione di poter estinguere ogni nostra sete all’interno di un orizzonte puramente umano; essi, infatti, sono il segno di quanto sia inesauribile il nostro bisogno di amore. La perseveranza della donna nel cercare, benché nel luogo sbagliato, rivela però la sua capacità di non arrendersi e di custodire il desiderio. Ed è forse per tale motivo che spetta proprio a lei incontrare al pozzo l’unico capace di appagare ogni sua sete. Gesù, infatti, non le offre un’acqua qualunque, ma un’acqua viva. L’aggettivo non mette unicamente in risalto la diversità qualitativa di quest’acqua, ma ne evidenzia il legame intrinseco con la vita. Ulteriormente incuriosita, la Samaritana pone un interrogativo che spesso ritroviamo nel Vangelo di Giovanni: “Da dove?” (cf Gv 2,9; Gv 3,8; Gv 8,14). Attraverso questa semplice domanda, l’evangelista suggerisce al lettore la possibilità di cercare un significato più profondo, di interrogarsi su quale sia l’origine, la fonte da cui essa zampilla. La risposta del Maestro si orienta, infatti, in questa direzione: la qualità dell’acqua è differente perché è l’unica capace di estinguere la nostra sete. Inoltre – elemento di infinita importanza – essa diventa in chi la riceve una sorgente che zampilla per la vita eterna. Anche oggi, come domenica scorsa seppur in modo diverso, ci troviamo di fronte a una trasfigurazione. Lì ci veniva mostrata la meta a cui possiamo accedere; oggi si parla della trasformazione che già fin da ora può avvenire in noi. Il dono offerto da Gesù è lo Spirito Santo, che il battesimo rende vivo e operante nella nostra persona. Esso ci orienta alla conversione, che è prima di tutto capacità di fare verità in noi stessi; nello stesso modo fece Gesù con la donna, invitandola a riconoscere la sua errata e sterile ricerca d’affetto. Lo Spirito è anche vita divina che agisce in noi, offrendo slancio, senso e fecondità al nostro cammino, come avvenne per la donna di Samaria diventata annunciatrice di Cristo. L’anfora dimenticata diventa così simbolo di una vita nuova, dove non si aspira più a essere colmati di affetto, ma ci si apre all’azione dello Spirito che alimenta in noi la disponibilità al dono di sé.