III Domenica di Pasqua Gv 21,1-19

 
 

Seguiamo la via che Dio traccia per noi –

a cura di Don Luciano Condina –

Nel vangelo di questa domenica leggiamo la storia di qualcuno che non riconosce Gesù, il quale guida a una pesca miracolosa Pietro, tornato all’antica attività. Riprendere le cose vecchie, per un cristiano, rappresenta un momento di crisi, di difficoltà; in questo caso, il momento in cui Pietro e la Chiesa devono ritrovare Gesù, ma non lo riconoscono se non per mezzo di un evento straordinario: la pesca miracolosa, appunto, di 153 pesci, dopo aver gettato le reti a destra della barca, la parte opposta a quella abituale. Chi è destro getta le reti a sinistra, perché è più comodo. L’indicazione di Gesù fornisce una visione diversa, invitando a seguire un sentiero “altro” dall’abitudinario: la via del Signore.

Gli apostoli hanno fallito nella loro avventura notturna di procurarsi del pesce: il problema è che noi continuiamo a incaponirci su progetti personali, andiamo avanti facendo le cose così come le abbiamo sempre fatte, senza frutti, anche dopo aver conosciuto Cristo risorto. Dalla spiaggia, ossia la terraferma, lo sconosciuto dice un’altra cosa, dà un’altra lettura operativa diversa, che è la maniera di agire di Dio. La parte destra della barca è quella della fede; la destra è la parte della potenza di Dio.

Riguardo ai 153 pesci, fra le numerose spiegazioni di questo numero, la più semplice e plausibile potrebbe essere che al tempo si conoscevano 153 specie ittiche nel Mar Mediterraneo secondo gli ordini dei bestiari dell’epoca. Allora il numero può rappresentare la totalità, la bellezza, la pienezza, la completezza, la soddisfazione che passa attraverso un’obbedienza, un’indicazione non ordinaria. La storia ci rivela che non sono così importanti quei pesci: erano solamente un mezzo per ritrovare il Signore: è solo a questo punto, infatti, che gli apostoli lo riconoscono.
«Simone, mi ami più di questi?» (Gv 21,15). Pietro deve rispondere tre volte «Sì, ti voglio bene», in riparazione del triplice rinnegamento; ma la terza volta, come presso il fuoco rinnegò il Signore, si risveglia con una tristezza interiore, una santa, benedetta tristezza nella memoria della propria povertà, del proprio errore. Gesù cerca proprio quella tristezza, illuminata finalmente da Colui che sa tutto: «Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene, tu conosci tutto» (Gv 21,17). Finalmente arriva il momento di non mettere Dio nella piccola scatola della nostra testa, ma di essere consapevoli che noi siamo conosciuti da Lui in tutto.

«Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». (Gv 21,18). Questa è una chiave essenziale. Quando sei giovane fai quello che vuoi: è la condizione dell’infantile, dell’immaturo, della persona ribelle che fa come le pare, è l’uomo che deve obbedire a se stesso e si attribuisce i ruoli preferiti. Quando sarai adulto e maturo – Gesù sta dicendo a Pietro che quel momento è giunto – finalmente avrai imparato a farti condurre, a fare la volontà del Padre; avrai imparato l’arte di farti dare da Lui il ruolo che ti spetta nella vita. Questa è la maturità, l’essere finalmente arrivati ad amare sul serio, che richiede in sé, come atto, il saper entrare nelle cose per come sono. Le persone immature, dall’ego infantile ritengono che la vita debba obbedire a loro: le cose devono essere e procedere come si aspettano. L’adulto, invece, sa entrare nelle cose per come sono realmente, sa amare le persone per come sono, sa accettare che nella vita c’è molto meno da decidere e molto più da valorizzare. C’è poco da scegliere e molto da accettare per vivere bene.

 

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