III domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Giovanni Battista, che ci ha accompagnati per un lungo periodo, oggi esce di scena. “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30), aveva detto il Precursore ai suoi discepoli; e ora, con il suo arresto, queste parole sembrano compiersi pienamente. Matteo descrive oggettivamente la reazione di Gesù: egli lascia Nazaret e si stabilisce a Cafarnao, presso il mare. In questa decisione, inoltre, egli vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che aveva preannunciato l’avvento di una grande luce per il popolo che viveva nelle tenebre. Le parole dell’evangelista ci permettono anche di penetrare il mistero della persona di Gesù, di intuire quanto gli stia veramente a cuore: non sé stesso, né la tutela della propria vita, poiché l’arresto di Giovanni, invece di suscitare in lui atteggiamenti autoprotettivi, diventa lo stimolo per l’inizio della sua predicazione. Il Verbo di Dio, dal momento in cui ha lasciato il seno della Trinità, ha iniziato a esporsi al pericolo, ad assumere la nostra vulnerabilità, e lo ha fatto per amore. Ora tale amore si concretizza anche attraverso la predilezione per questa gente emarginata, straniera; gente né raffinata né colta, forse molto simile a quella che oggi abita le periferie delle grandi città. Proprio nella loro terra, in quel luogo di frontiera che è la Galilea, secondo le parole di Isaia, il popolo che camminava nelle tenebre avrebbe visto una grande luce. Questa “luce vera, … che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) si fa ora presente e dà continuità all’annuncio del Battista (cf Mt 3,2), proclamando che il regno dei cieli è vicino. E lo è ancora di più rispetto a quando ne parlava Giovanni, perché il regno è Gesù stesso. Il suo modo di vivere, di relazionarsi, i suoi silenzi e le sue parole aprono all’uomo, purché disposto a cambiare vita, la possibilità di una nuova esistenza, dove è Dio a regnare. In questo senso egli è davvero una “grande luce” capace di dissipare le tenebre ed è la sorgente di una gioia indicibile, poiché alla sua sequela si fa esperienza di che cosa significhi essere salvati. È questo, infatti, quanto hanno vissuto Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Oggi ci viene descritto solo l’inizio di questa grande avventura, che vede le due coppie di fratelli rispondere all’invito di Gesù con una rapidità che lascia stupiti. Per ben due volte l’evangelista ripete: “Ed essi subito lasciarono…”. Con la stessa prontezza Matteo si alzerà dal tavolo delle imposte per andare dietro a Gesù (cf Mt 9,9). Una risposta immediata in cui si è disposti a lasciare quanto di più prezioso l’essere umano possiede: il lavoro – la barca e le reti – e gli affetti, qui rappresentati dal padre Zebedeo. È indubbiamente la persona di Gesù ad affascinare i quattro futuri discepoli, ma anche la sua promessa: “Vi farò pescatori di uomini”. Egli apre per loro una prospettiva di vita diversa che anche noi, qualsiasi sia la nostra attività, possiamo condividere. Questi uomini erano pescatori per provvedere alla loro sussistenza e a quella dei loro familiari, ma ora si tratta prima di tutto di “lasciare”, affidando a Dio ogni preoccupazione. In seguito, dimentichi di sé stessi, saranno chiamati a occuparsi dell’altro e a diventare collaboratori di Gesù, per gettare con lui le reti nel mare profondo dell’umanità, raccogliere insieme gli uomini e renderli fratelli fra di loro e figli di un unico Padre.