II domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Giovanni Battista è stato uno dei personaggi protagonisti del tempo d’avvento; lo abbiamo poi trovato domenica scorsa per la festa del battesimo di Gesù e oggi la liturgia ci propone ancora la sua figura, quasi a fare da tramite fra il tempo di Natale e quello ordinario. Il brano odierno è tratto dal Vangelo di Giovanni, che proprio a questo punto fa entrare in scena Gesù per la prima volta. Non è però l’evangelista a parlarci direttamente di lui; facciamo invece la sua conoscenza attraverso le parole del Battista. Tutta la vita del Battezzatore, ancor prima della sua nascita, è stata accompagnata dalla presenza di questo “altro” e il suo stesso ruolo di precursore narra di una vita vissuta “in riferimento a”. Ancor prima di conoscere Gesù, il battesimo di Giovanni era in funzione della manifestazione della sua persona, una sorta di preparazione all’incontro del Cristo con il popolo di Israele. “Io non lo conoscevo” – dice, infatti, Giovanni – “ma sono venuto a battezzare nell’acqua perché egli fosse manifestato a Israele”. Quel “non lo conoscevo” è denso di significato e rivela come tutta la vita di Giovanni sia stata un continuo passaggio tra due estremi: da una parte un’intuizione straordinaria, che gli permette di riconoscere la presenza del Signore quando ancora è nel grembo materno e di identificare se stesso come la voce che prepara il sopraggiungere della Parola; dall’altro lato la non comprensione, che induce il Battista, già in carcere e poco prima della sua morte, a mandare i suoi discepoli da Gesù per domandargli se fosse davvero lui colui che doveva venire. Qui, però, Giovanni usa l’imperfetto, quasi a indicare un’acquisita conoscenza, un’intuizione avvenuta che lo fa di nuovo sobbalzare di gioia. E, di fatto, quanto egli afferma a suo proposito rivela una profonda penetrazione del mistero della sua persona: egli è l’agnello di Dio. Agnello è un termine che può evocare differenti significati: è l’Agnello-Servo di cui parla il profeta Isaia (Is 53,7), l’agnello del sacrificio pasquale o quello offerto per il popolo. Si tratta, comunque, sempre di una figura la cui funzione è quella di creare un legame tra Dio e il popolo attraverso un sacrificio. Qui l’espressione usata è “togliere il peccato” e aiuta a comprendere come Gesù sia colui che prende su di sé qualcosa che non gli appartiene, ma che assume volontariamente perché si possa ricreare fra Dio e l’uomo quel legame spezzato a causa del peccato. Il Battista, tuttavia, non presenta Gesù solo come l’Agnello, ma ha anche un’altra penetrante affermazione a proposito della sua persona: egli è il Figlio di Dio, è colui nel quale umanità e divinità si congiungono e, di conseguenza, può rivelare agli uomini che Dio è Padre, non solo suo ma anche di tutti noi. Da dove proviene tale consapevolezza che permette a Giovanni di intuire qualcosa del mistero di Gesù e di condividerlo con gli altri? Egli stesso testimonia in merito a tale conoscenza: dichiara, infatti, di aver visto scendere lo Spirito come una colomba e posarsi su di lui. L’immagine richiama l’idea di una nuova creazione: così come lo Spirito aleggiava sulle acque quando le tenebre coprivano l’abisso e subito dopo fu la luce (cf Gen 1,1-3), ora esso scende e si posa su colui che è la luce del mondo. Giovanni, però, precisa che non si è trattato soltanto di una visione: egli ha avuto conferma nel dialogo con colui che lo aveva mandato a battezzare, segno anche per noi di come l’incontro con Dio nella preghiera e il contatto con la Parola introducano sempre più in profondità nella conoscenza del Signore.