Ermetismo salmodico

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Per quanto io ne possa sapere e capire l’ermetismo è la bellezza letteraria incomprensibile. Certe poesie sono belle e si capiscono. Altre sono belle e non si capiscono. Non è il caso che produca esempi delle prime, perché tutti ne sappiamo, ma forse ci sfugge il concetto del bello incomprensibile. Mi viene in mente l’inizio di una famosissima poesia di Montale: «meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto». Mi fermo qui. Cosa significa meriggiare pallido e assorto? Non si sa, dobbiamo annaspare fra le ipotesi. Ma non possiamo negare la bellezza, persino il fascino, dell’espressione.

L’ermetismo poetico è recente o relativamente recente: è comunque una scoperta letteraria del secolo scorso. Ma se è accettabile la definizione che ne ho dato sopra – il bello incomprensibile – l’ermetismo lo troviamo già nei salmi o in taluni di essi. Penso al famosissimo salmo 109, che potremmo proclamare “Re dei Vespri”, perché lo troviamo in prima posizione in tutti i vespri di ricorrenze liturgiche importanti, naturalmente incluse le domeniche. E’ bello di una bellezza gigantesca e terribile, che nega in Dio ogni forma di “buonismo” con quanto avvertiamo di flaccido in questo termine di recente conio. Già la prima strofa è stupefacente:

Oracolo del Signore al mio signore:
“Sedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello sotto i tuoi piedi”.

Chi sono questi due signori che si passano parola? Chi sono questi nemici? Perché devono essere così umiliati fino a rango di sgabello? Nulla sappiamo, nulla ci viene detto, ma avvertiamo il gigantismo di questa eroica formulazione, nella quale ci è più consono identificarci con quei nemici frantumati che con quei sovrumani piedi stritolanti.

Nella strofa successiva si dissipa un po’ la nebbia ermetica:

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

Avevamo già fiutato la dimensione della sovranità, confermata ora dallo scettro che il Signore stende da Sion, collina che sovrasta, idealizzata, la città di Gerusalemme. Almeno riusciamo a posizionare la scena sul mappamondo! Pare che il Signore gestisca lo scettro di altri, perché il potere non è del Signore ma di quel “mio signore” della strofa precedente. La traduzione è suggestivamente equivoca: chi è il soggetto di quel “domina”? E’ da intendersi come terza persona del presente indicativo di dominare, nel qual caso sarebbe ancora il Signore che domina in mezzo a nemici altrui? Oppure è da intendersi come imperativo rivolto a chi è seduto alla sua destra? L’originale ebraico autorizza inequivocabilmente questa seconda soluzione. Ci accorgiamo intanto come i concetti si attorcigliano sul grandioso, facendoci arrancare nel comprendonio e probabilmente arranca pure il poeta nell’esprimersi. In ogni caso questa seconda strofa, ancora una volta ermetica, raddoppia la poderosa bellezza della prima.

Ma non è finito, ecco la terza ancora più stupefacente:

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori:
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

In questa strofa a che serve capire? Si respira l’ermetica bellezza di quei santi splendori, luminescenti del giorno della sua (di chi?) potenza. Il tutto si ingentilisce nel seno dell’aurora che imprevedibilmente partorisce rugiada. E se fino a questo punto il salmo è proceduto con tonalità epica, ora si ammansisce sulla mite bellezza dell’aurora e sull’umidore refrigerante della rugiada. E’ soltanto una pausa riposante prima di risalire di nuovo su vette di eternità, nelle quali il Signore si impegna con giuramento solenne e irreversibile:

Il Signore ha giurato e non si pente:
“Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek”.

Si prospetta un sacerdozio tanto eterno quanto misterioso. Per rinforzare l’ermetismo, il personaggio qui menzionato è forse il più enigmatico di tutta la Bibbia. E’ una meteora che guizza rapidamente nel ciclo di Abramo (Gen 14,18-20) per uscire immediatamente di scena. Il mistero di tal personaggio è ripescato da questo salmo e rivisitato nella lettera agli Ebrei (7,1.10.15.17). Fatto originale è che questo salmo mescola agguerrita sovranità con sovrumana sacralità, riuscendo persino a configurare un sacerdozio guerriero.

Altro solenne fotogramma nella breve strofa successiva:

Il Signore è alla tua destra!
Egli abbatterà i re nel giorno della sua ira.

Il Signore ha cambiato posizione! Nella prima strofa seduto alla destra era un imprecisato signore. Passata la soavità della rugiadosa aurora, si riparte con ritmo iracondo per fare strage di re e non solo. Infatti

Sarà giudice fra le genti;
ammucchierà cadaveri,
abbatterà teste su vasta terra.

Un giudice punitore e macabro, che ammucchia cadaveri e teste mozzate con indomita ghigliottina. Viene in mente l’affresco “il trionfo della morte” nel cimitero monumentale di Pisa, ancora più impressionante se lo si contempla facendosi turbinare nelle meningi la melodia bella e terribile del Dies irae di Verdi. Purtroppo questa strofa è omessa dalla preghiera liturgica per eccesso di buonismo sessantottino. E’ una decapitazione che non ho mai capito e certamente non condivido, effettuata anche su altri salmi non propriamente morbidi. Me la sono imparata a memoria per non saltarla quando nella Liturgia Horarum incappo in questo salmo, mastodontico pur nella sua brevità. E’ il culmine dell’orrore, reso con una violenza maestosa e solenne. Se questo Signore è Dio, ci è faticoso identificarlo col prodigio di misericordia che abbiamo ammirato nel salmo 85 dello scorso mese.

La conclusione è affaticata:

lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa.

Questo implacabile trucidatore si rinfresca per riprendere il suo truce, inarrestabile mestiere di mannaia. Le teste altrui cadono su vasta terra, ma la sua è sollevata in alto. Verso dove?

E’ dunque un ermetismo grandioso, senza esclusione del macabro. Tolto Sion, manca ogni riferimento spazio-temporale. Restano enigmatici i personaggi, non si può individuare lo sfondo di battaglia che domina il salmo. Vi è regalità, ma resta difficile se non impossibile decidere se si tratti di sovranità nel bene o nel male. Vi si trovano insieme statica e dinamica. All’inizio i due personaggi sono assisi in un trono che non possiamo non immaginare eccelso e si conclude con una feroce corsa a far rotolare crani, alleviata da un sorso d’acqua di torrente, per riprendere ancora a sciabolare con furore.

Nei salmi troviamo una varietà illimitata di generi letterari, oscillanti fra tranquillità sapienziale e scuotimento interiore, che questo salmo provoca con immagini terribili. Ecco l’ermetismo dell’orrore! Sorprende che questo salmo così inquietante sia andato a finire nei Vespri che sono la più popolare di tutte le ore liturgiche di preghiera: riconosciamo l’audacia della Chiesa che non indietreggia dinanzi alla bellezza furibonda di questo salmo, che inquadra fra giganteschi tumulti, invece di bombe d’acqua come poteva essere nelle aspettative letterarie, una pace aurorale generante rugiada: la più delicata di tutte le precipitazioni atmosferiche. Dunque un salmo splendido come l’orrida bellezza di un montano incendio notturno.

 

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