Domenica in albis

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

All’inizio del suo Vangelo, Giovanni narra che il Verbo “venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11); oggi ci troviamo di fronte a un testo che, per alcuni aspetti, può evocare le stesse parole. Anche qui egli viene e anche adesso trova le porte chiuse, segno di un’altra chiusura: quella di un cuore spaventato e non disposto a introdurre l’altro nella propria vita. La risurrezione non ha dunque trasformato il cuore dell’uomo? I Vangeli ci invitano a non arrivare a conclusioni drastiche: abbiamo bisogno di tempo per superare le paure e arrenderci alle verità che ci sorprendono. D’altronde, perfino a Giovanni, il discepolo più veloce non solo nella corsa ma anche nella fede, fu necessario del tempo per percorrere un tratto di strada e credere pienamente alla risurrezione. Tuttavia, nonostante le nostre porte chiuse, Gesù viene. Sulla croce egli ha vinto il suo nemico, la morte, e da quel momento nulla potrà resistere al suo potere. Egli viene e sta. Il suo amore è dinamico, lo spinge verso i suoi ma, come ogni vero amore, è solido, stabile, sicuro. Si ferma in mezzo ai suoi e dona loro la pace; ha attraversato le angosce della morte e ora nulla può più turbarlo. Ma come prima aveva voluto condividere con i discepoli la nostra umanità, ora desidera renderci partecipi della sua divinità. Per tale motivo ci offre non solo la sua pace, ma anche – e soprattutto – lo Spirito. Egli è venuto per darci la vita in abbondanza (cf Gv 10,10) e ora non si limita a volerla condividere con i suoi, ma li invia affinché siano rimessi i peccati di coloro a cui essi si rivolgono e tutti possano diventare partecipi del suo dono. Mancano due discepoli in questo momento cruciale: Giuda si è impiccato, non riuscendo a credere al perdono del Signore; Tommaso è assente, non sappiamo perché. Lo ritroviamo otto giorni dopo, irremovibile nelle sue convinzioni nonostante la testimonianza dei compagni. Egli è chiamato Didimo, che significa gemello: gemello anche nostro nel pragmatismo, nell’ostinazione e nella mancanza di fede. Come gli altri, e ancor più di loro, egli avrebbe dovuto riconoscere il compimento di quanto Gesù aveva preannunciato. Tuttavia resiste, ma anche questa volta Gesù viene; egli, però, non lo rimprovera, così come non rimprovererà Pietro dopo la pesca miracolosa; al contrario, lo invita a mettere le mani nei segni della crocifissione, ancora presenti sul suo corpo glorioso. Beato Tommaso, invitato a sperimentare la presenza e la risurrezione del Signore! Dalle sue labbra possono così sgorgare le parole che rivelano l’infinita trascendenza di quel Gesù con cui ha vissuto e che ora si rivela come Dio. Esse, però, esprimono nello stesso tempo la sua estrema vicinanza: il Signore è “mio” e, di conseguenza, nulla è perso dell’intima amicizia nata dalla vita condivisa; una vita a cui siamo invitati anche noi. È il Risorto stesso, infatti, a definirci “beati”, non in opposizione all’esperienza di Tommaso, ma come offerta di un differente modo di amare. Diversamente dall’apostolo, noi non abbiamo visto, eppure possiamo credere. Ci è data, infatti, la capacità di offrire al Signore la nostra fiducia – una delle espressioni più alte dell’amore – che permette di confidare nell’altro in assenza di segni. Grazie a essa possiamo crescere nell’amicizia con Gesù, vivendo una relazione profonda quanto quella di chi ebbe la grazia di poterlo vedere e toccare.