Domenica delle Palme
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
È impossibile esaurire in un breve commento la ricchezza di spunti per la riflessione e la preghiera offerti dal Vangelo della Passione. Un aspetto, tuttavia, ci interpella profondamente: il contesto della narrazione odierna non si discosta molto dalla realtà che viviamo. Anche in questo brano, come avviene intorno a noi, vediamo i potenti prevaricare sugli inermi, disprezzare il valore della vita e preferire – come fece Pilato – la tutela del proprio potere alla difesa della verità. Ritroviamo anche la tipica reazione dei sottoposti i quali, appena percepiscono di poter prevaricare sull’altro, infieriscono sulla vittima con violenza e senza porsi il minimo scrupolo. Questi soldati, che percuotono e deridono Gesù, non richiamano forse i numerosi fatti di cronaca in cui sono descritte le torture e le violenze attualmente subite dai detenuti – spesso minorenni – per mano delle guardie carcerarie? Ritroviamo, inoltre, tutte le nostre fragilità: la paura di rischiare, che ci rende simili a Pietro, pronti a rinnegare la verità pur di metterci in salvo; la manipolazione dell’altro al fine di realizzare i propri progetti, come per Giuda; la codardia dei discepoli, che fuggono nel momento del bisogno. In questo mondo impastato di crudeltà e piccineria, di indifferenza e viltà, si staglia la figura di Gesù che, con il dono della sua vita, ricostruisce quanto Adamo aveva distrutto. Egli è, infatti, il nuovo Adamo che, proprio nel momento della morte, insegna a tutti noi come vivere e realizzare il progetto che Dio ha per l’uomo. Diversamente dal nostro progenitore il quale, udito il passo di Dio nel giardino, si nasconde per proteggersi (cf Gen 3,8), in un altro giardino – l’orto degli ulivi – Gesù si manifesta come l’indifeso per eccellenza. Egli, pur potendolo, rinuncia volontariamente a salvaguardarsi; sa che il Padre metterebbe a sua disposizione più di dodici legioni di angeli, ma non ne invoca l’aiuto. Allo stesso modo, invita il discepolo che aveva colpito il servo del sommo sacerdote a rimettere la spada al suo posto. Presentarsi vulnerabili e disarmati non è facile per l’essere umano: noi, infatti, tendiamo a difendere strenuamente non solo la nostra vita, ma anche la nostra immagine. Indossiamo maschere per nascondere agli altri la nostra debolezza. Nella passione, Gesù rivela chi sia l’essere umano agli occhi di Dio: qualcuno che non fa della propria vita, del benessere o della stima altrui l’assoluto della propria esistenza. Egli sa che, per tutelarsi, potrebbe ricorrere a due soluzioni: la fuga o la violenza. Entrambe comporterebbero, però, il rinnegamento di quanto ha vissuto e proclamato; si manifesterebbe come l’ennesimo leader disposto a tutto pur di proteggere sé stesso. Sceglie, invece, la strada del trionfo dell’umile amore. Perché di un vero trionfo si tratta: la croce, infatti, non è il luogo in cui si manifesta un Dio debole né il prezzo che Gesù paga al Padre per riscattare le nostre colpe. Il centurione e le guardie che esclamarono: “Davvero costui era Figlio di Dio”, forse non avevano compreso in profondità la verità che stavano affermando. Oltre al terremoto, è probabilmente il modo in cui Gesù è morto ad averli impressionati: un morire che, proprio nel momento della massima vulnerabilità, lascia intravedere la grandezza che l’essere umano può raggiungere attraverso il dono di sé.