Domenica delle Palme 2021

 
 

«Volete che io rimetta in libertà il re dei Giudei?» (Mc 15,9). Da questa domanda di Pilato dipende la grandezza o la mediocrità della nostra esistenza. Rimettere in libertà un re significa dargli sovranità e compito di ogni cristiano è “rimettere in libertà” questo re e Signore nostro, affinché possa governare con saggezza la reggia che gli è propria e che ha scelto come dimora: il nostro cuore. Tutto ha sopportato per noi questo sovrano, al di sopra del quale non ne esiste un altro. Contemplare la passione è contemplare l’amore fatto di sofferenza – perché chi ti ama soffre per te e più grande è l’amore, maggiore è la disponibilità a soffrire – e nessuna delle sofferenze sperimentabili dall’uomo è stata risparmiata a Gesù.

Le sofferenze fisiche: la flagellazione, la corona di spine, le percosse, i calci, i pugni, gli schiaffi, gli sputi, gli escrementi lanciatigli addosso, la croce, le cadute, la fatica, la debolezza, la sete, le urla… il supplizio più atroce.

Le sofferenze dell’anima: l’abbandono del popolo che aveva tanto beneficato, il tradimento di Pietro, la fuga degli apostoli – eccetto Giovanni – la derisione, il dileggio, indicato come peggior malfattore e rovina di Israele, additato come demonio, odiato per il bene che ha fatto senza mai risparmiarsi.

Infine le sofferenze dello Spirito, le peggiori: per la prima volta nella vita Gesù sperimenta la conseguenza del peccato, che consiste nella separazione da Dio. Tutta la sua esistenza è stata impastata nell’unione con il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30); «Chi vede me vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45); «Il Padre è con me» (Gv 16,32);  «Tu Padre sei in me e io in te» (Gv 17,21). Giovanni è quasi ossessivo nel sottolineare l’unione con il Padre, e per la prima volta da quando Gesù è nato, l’unione viene meno. La rottura farà scrivere all’evangelista Marco, al termine della passione, l’unica delle sette parole pronunciate da Gesù sulla croce, presenti negli altri vangeli: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Delle sette è la più scandalosa, quella che, apparentemente, getta ombra sull’operato di Dio ed Egli sembra abbandonare il suo «figlio amato, l’eletto».

Gesù esclama quella frase proprio quando vive per la prima volta quanto di più assurdo possa sperimentare: la “scomunione” con Dio, la negazione di se stesso, la perdita della propria verità. È in quel momento che la redenzione si compie, che si attua ciò che scrive san Paolo: «Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia in Dio» (2Cor 5,21).

Il velo del tempio che si squarcia, segno nefasto per gli ebrei, in realtà è segno di redenzione compiuta, perché la cortina, che separava gli uomini da Dio, finalmente è squarciata, finalmente i cieli sono aperti e l’uomo può nuovamente vivere la sua esistenza nell’unione piena con il suo Creatore che, attraverso il Messia nella passione, morte e resurrezione, ha compiuto «ogni giustizia».

La traduzione del «perché mi hai abbandonato?», in realtà, ha un significato più profondo: può tradursi infatti, con “a che, verso cosa” mi hai abbandonato? C’è dunque un movimento verso l’ignoto nella domanda,posta con fiducia e abbandono in Dio, la cui risposta sarà la risurrezione.

Facciamo nostro l’interrogativo che diventa preghiera, soprattutto in questo tempo di passione planetaria: “Dio nostro, a cosa ci hai abbandonato? Verso cosa ci stai portando?”.

Non dubitiamo che la risposta di Dio sarà sempre la risurrezione.

 
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