XXIX domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Ancor prima che alla riflessione in merito al contenuto del conflitto tra Gesù e i farisei, il brano odierno invita a un confronto tra l’atteggiamento del Maestro e quello dei suoi oppositori, da cui emergono la rettitudine del primo e la falsità degli altri. Si evidenzia innanzitutto l’intenzione malevola di questi ultimi: dietro a una questione importante si nasconde, infatti, una motivazione ben diversa, ossia il desiderio di coglierlo in fallo. Essi, inoltre, non affrontano direttamente il loro interlocutore, ma inviano i propri discepoli e gli erodiani, suggerendo loro una premessa alla domanda trabocchetto che ha del paradossale. La loro intenzione è di lusingare Gesù, attirandolo nella rete che gli hanno preparato; senza accorgersene, però, ne offrono un ritratto così veritiero che l’evangelista sembra ben felice di presentare al lettore. Ne emerge l’immagine di un uomo forte, che non si lascia condizionare dal giudizio altrui, ma cerca la verità e la insegna. Abbiamo così una sorta di fotografia della persona di Gesù, che non può non lasciarci ammirati. In un celebre e poetico testo in cui commenta il salmo 44, sant’Agostino tesse le lodi della bellezza di Gesù, manifestatasi in ogni istante della sua esistenza, perfino sulla croce. Anche in questo episodio egli è bello, molto bello per la sua integrità, la libertà interiore, l’amore per la verità, la capacità di non lasciarsi condizionare e tantomeno adulare, e il saper leggere nel cuore degli uomini cogliendone, come in questo caso, la malizia. È quindi stupefacente il fatto che siano proprio i suoi nemici a dichiararlo, talmente erano evidenti questi tratti della sua personalità. Qui Gesù non si sottrae al confronto, pur sapendo che la domanda è tendenziosa e non ha lo scopo di conoscere la sua opinione, ma vuole semplicemente farlo cadere in una trappola. I suoi accusatori, infatti, sanno che, in qualsiasi modo risponda, si attirerà le ire di qualcuno. Essi, però, ritenendosi particolarmente scaltri, commettono un enorme errore, che rivela anche l’ipocrisia della loro religiosità. Nessuna persona veramente capace di intessere un legame personale con Dio avrebbe mai posto un interrogativo in cui si dovessero mettere sullo stesso piano il Signore e un monarca, per quanto grande potesse essere l’imperatore romano a quell’epoca. L’insuperabile divario tra la trascendenza divina e l’umanità – anche quella di un sovrano, comunque sempre segnata dalla propria fragilità – comporta una distinzione da cui scaturiscono impegni diversi e differenti doveri. A entrambi dobbiamo rendere qualcosa, ma la qualità del dovuto non si può paragonare. Anche oggi, come cittadini, abbiamo il dovere di pagare un tributo necessario per la convivenza civile. Quanto dobbiamo rendere a Dio è, però, del tutto diverso: nulla, infatti, appartiene all’uomo, poiché tutto è un dono gratuito da restituire a Dio e ai fratelli. San Francesco aveva fatto della restituzione uno dei capisaldi della sua spiritualità. Si legge nella Regola non bollata: «E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamo grazie, perché procedono tutti da Lui». Così pensava l’uomo di Dio. A maggior ragione Gesù, che di Dio è il Figlio e con Lui vive un’intimità unica, non può fare a meno di vedere tutta la realtà come un dono del Padre, che deve essergli restituito perché tutto appartiene a Lui.