XXIII domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Anche il brano di oggi fa parte di quell’insieme di fatti e insegnamenti che Luca ha collocato nel contesto del percorso di Gesù verso Gerusalemme. La prima parte del discorso mette in risalto la radicalità che deve caratterizzare la sequela ed è interessante notare come queste parole non siano rivolte a un piccolo gruppo di discepoli, ma alla “folla numerosa” che seguiva il Signore. Le esigenze del Vangelo sono uguali per tutti, poiché non esistono cristiani di prima o seconda categoria, ma tutti siamo chiamati ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (cf Mt 22,37). Questo bene totalizzante nei confronti di Dio si concretizza nel brano odierno attraverso l’espressione “amare di più” rispetto alle due realtà più importanti per l’essere umano: le relazioni più significative, quali sono quelle familiari, e perfino la propria vita, il bene più prezioso che anche il neonato sa proteggere attraverso il pianto con cui chiede aiuto per sopperire alle sue necessità. Essere cristiani significa allora riconoscere il primato di Dio, ma non nello stesso modo in cui si confessa la supremazia di un capo di stato e tantomeno di un dittatore. Gesù richiede il primo posto perché solo nella relazione con lui possiamo attingere al vero amore con cui rispondere al suo e da rivolgere a coloro a cui vogliamo bene, in primo luogo i nostri familiari. Di conseguenza, mettendo lui al centro, ci libereremo da quell’atteggiamento egoistico che fa della nostra vita, non solo fisica ma di tutto quanto per noi è importante e significativo, l’unico bene da salvaguardare. La seconda esigenza consiste nel portare la propria croce e seguirlo; non c’è nulla di masochistico nelle parole di Gesù, in cui possiamo invece cogliere l’invito ad assumere le fatiche e le sofferenze della vita sapendo che, unite alla sua croce, possono essere fonte di vita per noi e per il mondo, poiché ci permettono di partecipare al mistero di morte e risurrezione di Gesù, alla sua pasqua, grazie alla quale il mondo è stato salvato. Subito dopo vengono proposte due brevi parabole: la prima parla di un uomo che decide di costruire una torre senza aver calcolato prima la spesa e rischiando così di rendersi ridicolo agli occhi altrui. La seconda parabola narra invece la vicenda del re che, volendo far guerra al suo rivale, non valuta prima di quanti soldati dispone per affrontarlo. Notiamo i due atteggiamenti di cui sono carenti i protagonisti delle due parabole: “non siede prima a calcolare” e “non siede prima a esaminare”; il verbo “sedere” rimanda qui a un atteggiamento interiore, alla capacità di fermarsi e, di conseguenza, di non lasciarsi travolgere dalla voglia di agire, sapendo invece prendere una pausa al fine di evitare ogni decisione impulsiva. I verbi “calcolare” ed “esaminare” richiamano un atteggiamento mentale di valutazione della realtà al fine di un sano discernimento. La sequela, dunque, deve essere il frutto di una decisione prudente e ben ponderata, libera da superficialità e compromessi, radicale, capace di vincere una delle più grandi tentazioni che possono assalire il cuore dell’uomo: quella di non voler rinunciare al possesso geloso dei propri beni.